Ravenna, 21 giugno 2019 -  La paziente non era morta né a causa di un avvelenamento da potassio rapido né attraverso una iniezione diluita nel tempo. Anzi, il tubicino della flebo recuperato dai rifiuti non poteva appartenere a lei. E in quanto alla raccolta dei reperti attribuiti sempre alla defunta e realizzata da personale ospedaliero, «sono presenti anomalie di sicura rilevanza» tanto da spingere la Corte a esprimersi in termini di «manomissione».

In estrema sintesi, sono i motivi con i quali la Corte d’Assise d’Appello di Bologna il 23 maggio scorso non solo ha assolto l’ex infermiera Ausl Daniela Poggiali (VIDEOdall’accusa di avere ucciso una sua paziente, la 78enne Rosa Calderoni, con una iniezione letale praticata l’8 aprile 2014 a poche ore dal ricovero all’ospedale di Lugo, nel ravennate. Ma ha anche trasmesso gli atti alla Procura per vagliare eventuali calunnie e simulazioni di reato. Un colpo di scena, questo, che nessuna delle parti si aspettava. Secondo quanto riportato dal giudice Orazio Pescatore, estensore del documento oltre che presidente della Corte, «deve ritenersi accertato senza margine di dubbio che la morte della Calderoni non sia quella tipica da avvelenamento acuto da potassio» capace di uccidere in poco. Mentre per quanto riguarda lo scenario sub-acuto, cioè di concentrazioni capaci di uccidere in un tempo molto più ampio (la paziente morì in 30-40 minuti), è stato formulato «in modo del tutto ipotetico e astratto».

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In quanto all’ultima analisi emogas sul sangue della paziente che mostrò valori di potassio nella norma, per la sentenza si trattò di un «esame non previsto e non prevedibile da nessuno». Ovvero è stato escluso che la Poggiali, difesa dagli avvocati Lorenzo Valgimigli e Gaetano Insolera, potesse avere manipolato il campione. Un accenno ai dati statistici che, secondo le elaborazioni dell’accusa, vedevano l’ex infermiera di molto davanti alle colleghe per mortalità in corsia: «Eventuali carenze probatorie», non possono «essere colmate con riferimenti a dati generali, generici e non individualizzanti». Vedi «dati statistici o la assunta callida e spregiudicata personalità dell’imputata».

Per la Corte, si tratta di «valutazioni della prova a canoni di tempi e secoli passati». Qualche riga pure per il metodo Tagliaro, dal nome del professore veronese consulente dell’accusa il quale dai campioni dei bulbi oculari della defunta, individuò concentrazioni di potassio ritenute non fisiologiche: visto che «va esclusa una morte da potassio tale dato rende del tutto ininfluenti gli esiti della consulenza Tagliaro». A questo punto si attende il ricorso in Cassazione della Procura generale. E sarà il secondo: la Poggiali in primo grado nel marzo 2016 a Ravenna era stata condannata all’ergastolo; quindi nel luglio 2017 a Bologna era stata assolta e scarcerata. La Cassazione aveva poi annullato tutto e disposto un appello-bis.