Ravenna, 26 ottobre 2018 - «Lo abbiamo visto cadere di sotto». I colleghi di Danilo Zavatta camminano al capezzale del ponte crollato (FOTO) e non si danno pace. «Proprio lui, quello che tra tutti era il più prudente». Il geometra Enzo Errichiello ieri mattina precedeva di pochi metri lo sfortunato collega Danilo Zavatta. I due tecnici della protezione civile camminavano in fila sulla passerella della chiusa che da tempo tenevano d’occhio come un vero e proprio sorvegliato speciale, in ragione dei problemi di infiltrazioni d’acqua nel suolo. Il primo ha fatto in tempo a scendere dal manufatto, allertato dalle grida dei presenti. Il secondo è morto sepolto dal crollo della prima campata. Ma si è rischiata la strage perché in quel momento c’era un fitto via vai di tecnici e vigili del fuoco.

Una moglie e una figlia giovane. Per molti anni ha abitato a Borgo Montone, prima di trasferirsi con la famiglia a Savio di Ravenna. Danilo Zavatta viene descritto come un tecnico esperto. «Quello era il suo ufficio», dicono i colleghi indicando il fiume intorbidito che oggi ha il colore della tragedia. Lo conosceva bene Claudio Valmorri, che con Danilo condivide oltre alle ore di lavoro anche la passione per il calcio, senza disdegnare qualche scommessa («cinque euro qua e là») sulle partite della Juve e di Champions.

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«Il nostro lavoro era qui – racconta Valmorri –, noi dell’ex genio civile siamo i guardiani dei fiumi. Ne abbiamo due a testa. Io per esempio ho il Lamone, lui aveva il Ronco. Era entrato come centralinista, poi la Regione ci ha delegato alla gestione dei corsi d’acqua. Era un sorvegliante idraulico molto esperto, uno tra i più in gamba. Una persona mite e tranquilla, molto prudente, io delle due quello più audace. Era sempre lui quello che mi diceva ‘stai attento, c’è l’erba alta, occhio a non scivolare’. Avevamo lavorato insieme proprio ieri (mercoledì; ndr), nel Faentino. Eravamo partiti alle 8.30 per controllare una quarantina tra chiuse e chiaviche, ed effettuare i controlli di quelle sul Lamone che l’anno scorso è uscito. Le ultime tre le abbiamo visitate dopo pranzo, poi verso le 16 siamo tornati a casa». Per questo ieri mattina Danilo Zavatta si trovava alla chiusa di San Bartolo. Era il suo lavoro, fare verifiche alle opere idaluliche. Con la macchina fotografica scattava foto in cima alla passerella della diga, nel momento in cui cominciava a scricchiolare prima di cedere di schianto. Ponti di una volta, con le campate appoggiate sopra le travi. I colleghi lo hanno visto precipitare e farsi risucchiare dalle macerie.

«Quando ho saputo che era andato lì sopra non ci volevo credere – aggiunge il collega –. Quasi ora mi sento in colpa. Sono stato io a chiamarli avvisandoli che avevano chiuso la strada, perché il sifonamento stava creando problemi. Sono venuti qui, quasi perché li ho indotti», dice con rammarico. Poi ripensa al carattere del collega, mentre ancora il corpo ancora non è stato recuperato, quasi sperando in un miracolo. «Era lui il tecnico di questo fiume, voleva vedere con i suoi occhi, sarebbe venuto ugualmente». Poi l’amico e collega ripensa a quanto accaduto: «Questa centrale causava dei problemi. Il timore era quello che potesse crollare l’argine. Ma non certo quello che uno di noi avrebbe potuto lasciarci la vita».

AGGIORNAMENTO Morto nel crollo del ponte: via all'inchiesta. Incubo evacuazioni