Paolo Di Bartolo, direttore di Diabetologia all’ospedale di Ravenna, con il suo staff
Paolo Di Bartolo, direttore di Diabetologia all’ospedale di Ravenna, con il suo staff

Ravenna, 27 novembre 2021 - Quasi 7 persone su 100 nella nostra provincia vivono col diabete, e a queste se ne devono aggiungere almeno altre 2 che ce l’hanno ma ancora non lo sanno. Paolo Di Bartolo, direttore dell’unità operativa di Diabetologia, non esita a definire questa "una pandemia nella pandemia. A Ravenna vivono 28mila persone con diabete, a cui dobbiamo aggiungerne altre 9000 che sono diabetiche ma ancora non lo sanno. Le cause vanno ricercate nell’aumento di sovrappeso e obesità e in uno stile di vita sedentario.


Nel mondo 2 persone con il diabete su 3 vivono in città o metropoli: sappiamo che vivere in città raddoppia il rischio di sviluppare il diabete". Proprio per questo, su iniziativa del sindaco Michele de Pascale e della direzione generale dell’Ausl, Ravenna è stata accettata come ‘Advocate city’ nel progetto mondiale ‘Cities changing diabetes’. Il progetto ha l’obiettivo di rendere la città meno ‘diabetogena’. Il Comune avrà un ‘manager della salute’ che "dovrà confrontarsi con i professionisti della salute – spiega Di Bartolo – per cambiare le caratteristiche della città che potrebbero portare al diabete. Ciò può significare aree verdi e/o piste ciclabili con percorsi guidati e pensati per chi vuole prevenire il diabete, laureati di scienze motorie nei parchi per educare le persone a rischio a un’appropriata attività fisica, interventi educativi per spingere le persone a camminare anche solo 500 metri per raggiungere l’ufficio, incontri nelle scuole e accordi con la grande distribuzione alimentare".
 

Il diabete di tipo 2 da alcuni anni si presenta anche tra i bambini, spiega Di Bartolo: "Ce n’è qualcuno, e purtroppo il fenomeno è in crescita. Sono minori con stili di vita non adeguati. Sono invece 110 nella nostra provincia i bambini con diabete di tipo 1, assistiti dalla nostra diabetologia pediatrica da un team diretto dal prof Federico Marchetti: si tratta di una forma autoimmune di diabete che costringe i pazienti a somministrarsi almeno 4 volte al dì l’insulina. A questi giovani pazienti vanno aggiunti altri 800 adulti con diabete di tipo 1". L’impegno dei servizi sanitari, compresa la medicina di base, è intenso: "Grazie a ciò, la qualità della cura nel territorio è molto buona – spiega Di Bartolo –. I nostri pazienti, rispetto a dati Regionali e nazionali, hanno meno eventi cardiovascolari, meno malattie agli occhi e ai reni e una percentuale inferiore di lesioni agli arti inferiori. Per quanto riguarda le terapie, nel diabete di tipo 2 finalmente vi sono farmaci che permettono non solo di avere una glicemia più vicina alla normalità, ma anche di ridurre il rischio di sviluppare malattie cardio vascolari e renali".
 

Per il diabete d i tipo 1 oggi ci sono strumenti che permettono ai pazienti di misurare la glicemia senza più pungere i polpastrelli e di somministrarsi l’insulina con infusori microscopici: "Alcuni di questi sistemi – dice Di Bartolo – sono così evoluti da rendere possibile offrire ad alcuni pazienti dei piccoli pancreas artificiali portatili. L’ultima novità è la disponibilità d el glucagone somministrabile tramite un semplice spray nasale, supporto fondamentale per la gestione dell’ipoglicemia severa".