Papa Francesco con Eugenio Melandri
Papa Francesco con Eugenio Melandri

Ravenna, 18 settembre 2019 - Il prete rosso ritorna all’altare. Europarlamentare e deputato della sinistra radicale, esponente di spicco del mondo pacifista e non violento, il settantenne ravennate Eugenio Melandri potrà di nuovo celebrare messa, ventotto anni dopo la riduzione allo stato laicale a causa delle sue scelte politiche. Una decisione clamorosa, un segno del clima di misericordia che sta caratterizzando, non senza polemiche negli ambienti più conservatori, il pontificato di Francesco. Più umanamente, un gesto di riconciliazione verso chi da qualche tempo sta combattendo una durissima battaglia contro il cancro. 

Come annunciato dallo stesso ex religioso saveriano sulla sua pagina Facebook, l’arcivescovo di Bologna, Matteo Zuppi, che riceverà la berretta rossa nel concistoro del 5 ottobre prossimo, ha deciso d’incardinarlo nel clero petroniano. Il via libera è arrivato dalla Congregazione per il clero, presieduta dal cardinale Beniamino Stella, che ha archiviato la misura punitiva nei confronti di Melandri. L’ex deputato di Rifondazione comunista diventa così a tutti gli effetti un prete bolognese. La conferma arriva anche dalla congregazione saveriana. 

Una vita rocambolesca quella di Melandri, impastata di fede, politica e passione civile. Nato a Brisighella, là dove ha visto la luce anche un asso della diplomazia vaticana e del cattolicesimo riformista come il cardinale Achille Silvestrini, scomparso di recente, Melandri entra nel 1974 nella famiglia missionaria dei saveriani. Vi rimane fino al 1989, quando decide con successo di candidarsi al Parlamento europeo nella lista di Democrazia proletaria. La sospensione a divinis è implacabile, seguita un paio di anni dopo dalla ben più dura riduzione allo stato laicale, nonostante le resistenze dei vertici della congregazione.

Il destino per Melandri è lo stesso riservato in quel periodo dalla Santa sede ad altri uomini di Chiesa con il cuore a sinistra. Non solo a parole, ma anche nei fatti, paradigmatica la vicenda dell’ex abate di San Paolo fuori le mura, Giovanni Franzoni. Prima del balzo in politica (nel 1992 farà il suo ingresso a Montecitorio nel gruppo di Rifondazione comunista) Melandri è tra i religiosi che sostengono il diritto all’obiezione di coscienza. C’è anche lui a Comiso tra i manifestanti che dicono no all’installazione dei missili nella base Nato. Già deputato, è fra i pochi parlamentari italiani che nel ’92 animano la marcia pacifista per rompere l’assedio di Sarajevo.

Negli anni dell’impegno politico e sociale il legame con i saveriani non è mai venuto meno per Melandri. Specie sul fronte dello slancio umanitario a favore dell’Africa. A raccontarlo è il diretto interessato, la voce rotta dall’emozione di chi si sente finalmente a casa: «I saveriani mi hanno accolto qui nella comunità di San Pietro in Vincoli dopo la scoperta della malattia. Hanno accolto la mia richiesta, sanno che voglio vivere e mi stanno dando un grande supporto». Così come papa Francesco che Melandri ha incontrato un anno fa, alla vigilia dell’inizio delle cure. «Accompagnavo un confratello in carrozzina, lui ha ascoltato la mia storia, il mio vissuto politico che non rinnego, il fatto che ho scelto di tornare tra i saveriani – spiega Melandri –. A un certo punto, sorridendo, mi ha stretto le mani e mi ha detto: ‘Lei ha fatto bene’. Non posso dire che abbia influito sul mio ritorno a prete, ma il clima da lui creato in questi anni nella Chiesa aiuta a sbrogliare situazioni come la mia».

Non si sa esattamente quando Melandri tornerà a presiedere la messa («Devo riprendere un po’ la mano», scherza). Su un un aspetto, però, non ci sono dubbi: «Quando sarà, voglio dirla sulla tomba di don Tonino Bello, il vescovo della pace». Quello che, già provato dal cancro, guidò la marcia su Sarajevo. E che «da lassù deve aver speso una parola per me».