Ravenna, 12 luglio 2018 - Non fu una crisi epilettica, come riteneva la difesa chiedendone l’assoluzione per incapacità temporanea. Ma fu un colpo di sonno, la tesi accreditata dalla Procura, a tradire il 23enne maceratese Umberto Maria Evangelista e a fargli perdere il controllo della sua Audi A3 che a Ferragosto 2015 piombò senza controllo sulla barriera di Cotignola dell’A14bis, volò in aria dopo aver toccato il new jersey precipitando e schiacciando un’altra vettura ferma al casello. Quella su cui viaggiava una famiglia modenese che rientrava dalle vacanze in Riviera: Andrea Giunta, 56 anni, e il figlio Michele di 19 morirono sul colpo; si salvò la moglie, Maria Carmela Di Altiero, che pure riportò gravi ferite (al processo parte offesa con l’avvocato Flavio Mannini).

Cotignola, tragedia di Ferragosto in A14

Due anni di reclusione per omicidio colposo plurimo – patente sospesa per tre – la condanna inflitta dal giudice Corrado Schiaretti al giovane. Il Pm Angela Scorza chiedeva cinque anni anche per il comportamento processuale della difesa, che tentava di introdurre una causa di forza maggiore avvalorando la tesi di una improvvisa crisi epilettica definita «una mera ipotesi basata sul nulla» in quanto «non suffragata da dati scientifici». Ciò in ragione di una precedente convulsione che il ragazzo aveva avuto nel 2009, ma in assenza di un successivo percorso di cure. Molto più logica, per il Pm, l’ipotesi del colpo di sonno: il ragazzo – all’epoca 20enne – e un amico avevano trascorso la serata in discoteca a Rimini, il mattino si erano fermati a Mirabilandia dopo aver dormito in auto non più di quattro ore. L’accusa ha fatto leva anche sulle contraddizioni tra la versione del conducente, secondo cui l’amico di fianco a lui avrebbe cercato di svegliarlo, mentre quest’ultimo, sentito ieri, ha detto che al momento dell’impatto dormiva.

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La difesa, rappresentata dall’avvocato Paolo Giustozzi – riteneva invece che le conclusioni del proprio consulente sulla perdita di coscienza dovuta alla crisi epilettica e non al sonno non fossero «una rabberciata tesi difensiva», ma «una evidenza scientifica» formulata dal proprio consulente «in termini non dubitativi ma affermativi». Per questo definiva l’ipotesi di condanna «la peggiore delle ingiustizie», che «non darebbe alcun sollievo a chi ha subito quelle gravi perdite». L’imputato avrebbe inoltre sempre condotto una vita specchiata: «Quella sera, sapendo di dover guidare, non aveva bevuto nulla, né assunto sostanze come hanno dimostrato gli esami. L’amico si addormenta perché di lui si fidava».