La pietra d’inciampo per Bachi. La Storia deve insegnare

Un ragazzo della ‘Mattei’ riflette su quanto accaduto dopo il 7 ottobre con il riaccendersi del conflitto israelopalestrinese.

La pietra d’inciampo per Bachi. La Storia deve insegnare

La pietra d’inciampo per Bachi. La Storia deve insegnare

I giornali di tutto il mondo negli scorsi mesi hanno ripreso a parlare del conflitto israelopalestinese, iniziato nel 1948 quando una risoluzione dell’Onu stabilì la nascita di due Stati, quello palestinese e quello israeliano; quest’ultimo doveva accogliere i sopravvissuti alle persecuzioni nazifasciste. I Paesi arabi circostanti non accettarono quella decisione e iniziarono le ostilità, la cui fiamma si è riaccesa il 7 ottobre scorso con un attentato di Hamas contro Israele. I palestinesi tuttora non hanno uno Stato proprio e gli israeliani già prima del 7 ottobre erano a rischio costante di attacchi terroristici. Al riaccendersi del conflitto, in Europa si sono verificati vari episodi di antisemitismo, come disegni di svastiche e stelle di David davanti alle case di famiglie ebree che sono state prese di mira, oppure sono state vandalizzate e distrutte diverse pietre d’inciampo, opere ideate dall’artista Gunter Demnig per ricordare gli ebrei uccisi durante la Shoah.

Anche a Ravenna è presente una pietra d’inciampo, così la nostra classe a novembre si è recata in via Mordani, davanti alla scuola primaria omonima, per vederla.

Si tratta di una lastra di metallo, sulla quale è presente un’iscrizione che ricorda Roberto Bachi con la data di nascita, di deportazione e di morte.

Ci è stato parlato di lui anche più tardi quando, all’Archivio di Stato di Ravenna, abbiamo fatto un laboratorio sulle leggi razziali, che ha messo in luce la sconcertante efficacia della propaganda antisemita fascista, il cui scopo era convincere gli italiani della fondatezza scientifica dell’antisemitismo e tramite il quale abbiamo anche scoperto che i cittadini vennero censiti in segreto con l’obiettivo finale di ridurre ai margini della società le famiglie ebree, tra le quali i documenti d’archivio ravennati citano la famiglia Bachi, il cui figlio Roberto, nato a Torino il 12 marzo 1929, venne deportato ad Auschwitz, dove morì assassinato nel 1944, a soli 15 anni.

A 80 anni dalla fine della seconda guerra mondiale molte persone dimostrano di non avere imparato niente dalla Storia e questa per me è la cosa più sconcertante. Con una mentalità chiusa continuano a svolgere atti di antisemitismo contro persone innocenti, estranee a questi fatti e che certamente non meritano tutto questo.

Matteo Ndoja, classe 3^ C

Scuola media ‘Mattei’

di Marina di Ravenna

Prof.ssa Alessandra Grilli