Una donna al lavoro (foto di repertorio)
Una donna al lavoro (foto di repertorio)

Ravenna, 9 novembre 2019 - Nel giro di meno di quattro mesi, non una ma tre volte di fila era stato licenziato. Due volte per «giusta causa» e la terza per «giustificato motivo oggettivo». Fine di una carriera che andava avanti da 17 anni all’interno della medesima azienda, il noto colosso chimico Cfs Europe spa. Il giudice del Lavoro Dario Bernardi, con ordinanza depositata giovedì scorso, non solo ha disposto l’annullamento dei tre licenziamenti condannando la spa a reintegrare il lavoratore, a riconoscergli una indennità risarcitoria e a pagare oltre 12 mila euro tra spese di lite e compensi. Ma ha anche trasmesso alla procura le dichiarazioni di un dirigente della Cfs «in relazione al reato di falsa testimonianza».

Del resto le parole usate dal giudice sui «licenziamenti disciplinari» applicati dall’azienda, appaiono nette: «Sono manifestamente basati su fatti insussistenti, a tratti addirittura tanto generici da generare a monte una non idoneità allo scioglimento del rapporto di lavoro». A questo punto il lavoratore – il 52enne ravennate Maurizio Patrizi tutelato dall’avvocato Federica Moschini –, entro trenta giorni dovrà decidere se accettare il reintegro o se, in caso contrario, incassare 15 mensilità. Il 52enne, attraverso il suo legale, ha per ora manifestato l’intenzione di non tornare in azienda.
 

Per lui, manager informatico oltre che responsabile del sistema di controllo e del reparto manutenzione, il primo licenziamento si era materializzato il 22 ottobre 2018. Ne erano seguiti altri due notificati il 21 novembre e il 12 febbraio successivo. Il 52enne si era intanto già rivolto alla Cgil.

In buona sostanza la spa gli riconduceva tre fatti di una certa gravità. Il primo, per 50 ore ritenute gonfiate e relative a lavori di manutenzione affidati a una ditta esterna. Circostanza che per la difesa invece non era emersa da nessuna parte; e anzi i preventivi di altre ditte riportavano lo stesso numero di ore.
 

La spa aveva quindi attribuito al dipendente l’uso di ditte terze a casa sua per lavori fatturati poi alla spa «con distrazione non inferiore a 2.000 euro». Per la difesa invece si trattava di una contestazione generica e ingiuriosa, senza pezze giustificative. Il terzo motivo faceva riferimento a un uso personale di materiale aziendale per circa 460 euro. C’era poi una quarta contestazione relativa a 600 mila euro che non tornavano sui costi di manutenzione: un disavanzo che per la difesa era semplicemente legato a interventi decennali straordinari eseguiti quell’anno con impianti chiusi.

Nel complesso, «l’istruttoria orale e il compendio documentale – ha precisato il giudice – hanno permesso di escludere l’esistenza dei fatti contestati». Ad esempio per le ore ritenute gonfiate, «si tratta di una mera ipotesi dell’azienda fondata su congetture».

E per quanto riguarda l’ultima contestazione, «volendo così ragionare – ha scritto il giudice – potrebbe essere attribuita anche la responsabilità del cambiamento climatico». All’indice pure quanto accaduto dopo il licenziamento del 52enne: «Si è dunque realizzata semplicemente la sostituzione di un dipendente sgradito con altri anche neo assunti». Alla luce del contenuto dell’ordinanza, appare scontato il ricorso di Cfs in appello.