Maltrattamenti (Foto Businesspress)
Maltrattamenti (Foto Businesspress)

Ravenna, 2 ottobre 2018 - Se per lui era un modo di giocare, almeno sul cattivo gusto non vi è ombra di incertezza. Perché sottoponeva quel ragazzino, il figlio all’epoca 15enne della sua nuova compagna, a ogni sorta di angherie. Ma mentre per il Tribunale quelle condotte non erano reato, e lo aveva assolto, la Corte d’Appello – su input della Cassazione – ha valutato diversamente e lo ha condannato a un anno e quattro mesi. Ecco cosa gli faceva: gli metteva la testa nel water e tirava l’acqua, gli dava del ritardato mentale, gli infilava in bocca i suoi calzini sporchi, gli leccava la faccia, lo colpiva sul sedere con un cucchiaio, lo fotografava mentre si trovava in bagno nudo e mostrava quegli scatti ad amici di famiglia e amichetti, davanti ai quali lo umiliava additandolo come gay.

Nell'aprile del 2016, con sentenza di primo grado, il Tribunale di Ravenna aveva assolto ‘perché il fatto non sussite’ quel patrigno manesco, un 45enne di Ravenna – difeso dall’avvocato Paola Brighi –, ravvisando che quelle condotte, sebbene riconosciute come esistenti, non avessero il carattere di un maltrattamento penalmente rilevante, relegandole all’ambito di «situazioni di vita in parte ordinarie, in parte poco urbane, in altra parte frutto di sottocultura e maleducazione», ma tuttavia – scriveva il giudice – «non idonee a costituire reato». Ciò suffragato dal fatto che la stessa moglie aveva attribuito all’uomo «un manifesto infantilismo», «un contesto di immaturità che nulla ha a che fare con i maltrattamenti», come quando ad esempio litigava col ragazzo contendendogli la play station.

Una sentenza che Procura e parti offese – l’ex moglie e il ragazzo – non avevano digerito. Per questo il Pm Angela Scorza e il legale di parte civile, l’avvocato Giorgio Guerra, avevano deciso non solo di appellarla, ma addirittura di rivolgersi direttamente alla Corte di Cassazione (il terzo grado di giudizio), con ricorso d’urgenza che in termini tecnici viene definito ‘per salto’ e che in caso di rigetto avrebbe significato la fine dei giochi. Il pubblico ministero attribuiva al Tribunale di Ravenna una «erronea applicazione» del reato di maltrattamenti ribadendo che il minore veniva sottoposto a «condotte psicologicamente violente mediante la reiterazione sistematica di atti di disprezzo e di denigrazione», utilizzando «il gioco come strumento per esercitare violenza morale», ma anche «per nasconderla». Concetti similari a quelli espressi nel ricorso della parte civile, secondo cui il patrigno avrebbe ridotto la vittima «in condizione di soggezione, costretta al silenzio e alla sopportazione». E infatti, aveva raccontato il ragazzo, «avevo cominciato a rassegnarmi al fatto di stare zitto, subire quello che dovevo e poi basta».

La Suprema Corte ha accolto il duplice ricorso, valutando che «qui ci si trova in presenza di condotte sicuramente maltrattanti, caratterizzate da disprezzo nei confronti della personalità morale e della dignità del minore, e da minute ma reali violenze fisiche e morali». E ha rinviato il giudizio alla Corte d’Appello di Bologna, che ha rivisto la sentenza di primo grado condannando il 45enne anche al pagamento di un risarcimento di 10mila euro al ragazzo.