Morte di ’Balla’, affidata la nuova perizia medica

La corte d’assise d’Appello ha chiesto al dottor Alberto Furlanetto di dissipare i dubbi su cause, modalità e tempi del decesso

Morte di ’Balla’, affidata la nuova perizia medica

Morte di ’Balla’, affidata la nuova perizia medica

Ci sono almeno tre punti da chiarire sulla morte di quel giovane studente lughese. Ovvero le cause, le modalità e le tempistiche del decesso; e poi l’orario entro il quale, lanciando l’allarme, si sarebbe potuto salvare; da ultimo gli eventuali danni, anche permanenti, che il ragazzo avrebbe riportato nel caso si fosse salvato. In sintesi è questo il quesito che ieri mattina la corte d’assise d’appello di Bologna, su indicazione della Cassazione, ha formulato per dissipare ogni incertezza circa la morte di Matteo ‘Balla’ Ballardini, il 19enne deceduto per overdose da metadone dopo 13 ore di agonia il 12 aprile 2017 a Lugo nella sua auto appositamente lasciata in un parcheggio fuori mano dai quattro giovani assieme a lui la notte precedente.

L’incarico è stato dato al dottor Alberto Furlanetto di Treviso. La parte civile (l’avocato Alberto Padovani per entrambi i genitori del defunto) ha optato per il medico legale Guido Pelletti di Bologna. Le difese (avvocati Nicola Laghi, Carlo Benini e Fabrizio Capucci) si sono invece riservate la decisione di individuare un loro consulente più avanti. Operazioni al via il 15 marzo.

La perizia verrà depositata ad aprile, ovvero pochi giorni prima dell’udienza nella quale le parti si ritroveranno per confrontarsi sulle conclusioni raggiunge dall’esperto sulla base di una rilettura delle carte a disposizione, tra cui l’esito dell’autopsia e varie cartelle mediche del 19enne. La sentenza è attesa qualche giorno dopo.

Il caso ha finora conosciuto una gimkana giudiziaria. In primo grado a Ravenna, al termine del rito abbreviato, la morte del ragazzo era stata inquadrata dal gup nell’alveo del dolo eventuale con condanne comprese tra 15 anni 4 mesi e 9 anni 4 mesi. In appello a Bologna, per effetto di un diverso inquadramento giuridico con esclusione del dolo, i quattro imputati si erano visti ridurre drasticamente le pene alla fine comprese tra 4 anni 10 mesi e 8 mesi.

A quel punto la sentenza era stata impugnata dalla procura generale bolognese: e il 14 giugno scorso a Roma la Suprema Corte aveva deciso di rimandare tutto indietro a Bologna. Secondo le motivazioni depositate a metà dicembre, la cessione di metadone a opera dell’unica ragazza del gruppo, aveva messo in "pericolo concreto il diritto alla salute" del 19enne. Una situazione che era "stata percepita dai presenti in modo inequivocabile" alla luce del manifestarsi di un "prolungato stato di coma o di intenso torpore". Tra le altre cose, per i giudici romani non si poteva parlare di "mera accettazione del rischio", ma occorreva guardare "alla volontà intesa come accettazione dell’evento". Ed è quello che ora dovranno fare i giudici dell’appello-bis.

I magistrati capitolini avevano inoltre rilevato un "errore di metodo commesso dai giudici di secondo grado" dato che nella loro sentenza avevano diviso "la condotta degli imputati prima e dopo le 3.47 dando per inesorabilmente destinata alla morte la vittima dopo tale orario". Ed è proprio questo il punto che la perizia dovrà ora approfondire dato che dietro a quell’orario vi era un "ragionamento probatorio basato su considerazioni meramente possibili, presentate in modo inadeguato come risultato di un ragionamento scientifico".

All’opposto "gli accertamenti medico-legali non consentivano un giudizio in questi termini". Ovvero "la qualificazione della condotta" dei quattro imputati, era stata "viziata da un presupposto connotato di certezza in realtà inconsistente".

Andrea Colombari

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