’Ndrangheta, via al maxi processo. Tribunale blindato fino a dicembre

L’organizzazione penetrata a Cervia e Bagnacavallo attraverso panifici, Comuni e sindacati parti civili

’Ndrangheta, via al maxi processo. Tribunale blindato fino a dicembre

’Ndrangheta, via al maxi processo. Tribunale blindato fino a dicembre

La ’ndrangheta calabrese aveva messo radici in Romagna, in particolare a Cervia e Bagnacavallo. Ed è iniziato ieri il filone ravennate (l’altro a Modena partirà a fine mese) del maxi processo che, chiusa l’inchiesta della Dda di Bologna, vede 34 imputati accusati, a vario titolo, di associazione per delinquere, autoriciclaggio, bancarotta fraudolenta, usura lesioni, minacce ed estorsione. Tribunale blindato fino a dicembre, con udienze a tambur battente, e già ieri non passava inosservata la presenza di una ventina tra poliziotti e carabinieri. Soltanto due, ieri, gli imputati presenti – entrambi arrivati dai domiciliari –, altri erano in video collegamento dal carcere. A presiedere il tribunale collegiale è Cecilia Calandra – a latere i colleghi Federica Lipovscek e Cristiano Coiro –, già giudice d’appello del processo Aemilia (poi sottoposto a scorta), di cui questo è una costola. Fitto l’elenco delle parti civili, a partire dalle due imprese che avevano subito l’assalto ’ndranghetista: la Forno Imolese srl con sede a Bagnacavallo, la cui curatela fallimentare è tutelata dall’avvocato Alessandro Docimo, e la Dolce Idea srl di Cervia (avvocato Federica Zaccarini). Sono parti civili anche i sindacati Cgil, Cisl e Uil, poi i Comuni di Cervia e Bagnacavallo, oltre a quelli di Reggio Emilia, Cesenatico e Imola.

A chiedere i danni è anche un volto noto, il 59enne ex portiere di Serie A Marco Ballotta, vittima nel 2021 di minaccia aggravata dalle modalità mafiose dopo essersi rivolto a un intermediario per coprire un debito di 250mila euro con una banca. Gli imputati, secondo l’accusa coordinata dal Pm di Bologna Marco Forte, spolpavano società tramite sistematiche evasioni fiscali. Tutto ruotava attorno a una serie di investimenti illeciti, molti dei quali avvenuti in piena pandemia, su aziende in difficoltà operanti nei settori della panificazione, della ristorazione e dell’industria dolciaria anche nei comuni di Imola, Cesenatico e Cervia. Al vertice del sodalizio spicca il 35enne Francesco Patamia, ritenuto col padre Rocco promotore del piano criminoso. L’indagine era partita dalla segnalazione di investimenti anomali della famiglia Patamia fatta dal sindaco di Cesenatico, Matteo Gozzoli.

A Cervia, a operare per l’organizzazione, sarebbe stata la famiglia Serra, originaria di Vibo Valentia: Saverio Serra, 53 anni, la moglie Annunziata Gramendola, 48 anni (figlia di un prestanome per il clan Mancuso), e il figlio 23enne Leoluca Serra. Compiendo condotte di autoriciclaggio e con modalità minatorie, sono accusati di avere spinto un imprenditore cervese a cedere il laboratorio della Dolce Idea srl di via Levico 18, poi divenuto sede di società (Dolce Industria e altre) riconducibili a Serra e Patamia. Le neo società, secondo gli inquirenti, venivano poi intestate a compiacenti prestanome. Costretto a cedere il laboratorio per 353mila euro, di quei soldi l’imprenditore cervese ne vide solo una piccola parte, poi venne indotto a non fare denuncia con frasi del tipo "piuttosto che ridarti indietro l’azienda te la brucio".

Oltre alla Dolciaria Italiana, identica sorte era toccata al Forno Imolese srl, con sede legale a Bagnacavallo, dichiarato fallito nel 2021 con un passivo di 835mila euro: entrambe le attività erano amministrate da un prestanome, ma nei fatti gestite dalla famiglia Patamia e da Saverio

Serra. Quel forno, di fatto, dopo varie traversie, fu regalato ai calabresi.

All’udienza di ieri le difese hanno presentato eccezioni di competenza territoriale – respinte dal collegio –, tese a trasferire il processo a Milano (cosa che avrebbe comportato un allungamento dei tempi), in ragione del fatto che aziende coinvolte da cui tutto era partito hanno sede legale nel capoluogo lombardo.

Lorenzo Priviato