"Nell’Iliade la tragedia delle guerre di oggi"

Alessio Boni spiega perché il poema omerico, riscritto e messo in scena stasera al teatro comunale di Russi, è così attuale

"Nell’Iliade la tragedia delle guerre di oggi"

"Nell’Iliade la tragedia delle guerre di oggi"

Mostrare ‘l’eterno uguale che ritorna’ e quel ‘decadimento macabro del nostro Occidente’. Questa è la sfida di ‘Iliade. Il gioco degli dei’, spettacolo ispirato al poema di Omero riscritto e messo in scena da Alessio Boni insieme al suo gruppo teatrale il Quadrivio, formato da Roberto Aldorasi, Francesco Niccolini e Marcello Prayer. L’appuntamento è per stasera alle 20.45, al teatro di Russi (0544-587690).

Boni, qual è la grande attualità dell’Iliade?

"Lì dentro c’è già tutto, noi non abbiamo creato nulla. Circa 3500 anni c’è stata la guerra delle guerre che per dieci anni ha visto opposti i greci ai troiani, come raccontato da Omero che ce l’ha tramandata, con i suoi eroi e le divinità. Oggi, appena usciti dal lockdown, siamo entrati in più guerre con gli oligarchi che fanno il bello e il cattivo tempo. Non è cambiato nulla. Anzi, a dirla tutta, un tempo si era più coraggiosi perché ci si sfidava a petto nudo e con gli scudi, ora con i servizi segreti, i droni e la tecnologia".

Tante similitudini… ma è vero che lo spettacolo è stato pensato più di quattro anni fa, prima della pandemia?

"Sì. Già sentivamo una elettricità strana nell’Occidente, un lento ma inesorabile decadimento. Per questo ci è sembrato interessante riproporre l’Iliade, dove già tutto era stato scritto. Oggi pensiamo di essere tanto diversi ma in realtà basta pochissimo per far scattare fuori la ferocia, la sete di potere e denaro non è cambiata se non nelle modalità. Omero sa parlare di guerra ma anche di un vero desiderio di pace che fa invocare da tanti personaggi fra cui Achille. Ora siamo appesi a un filo, la pace è solo un fatto politico… se fossimo negli anni Trenta, forse saremmo in guerra".

Nella sua ricca carriera lei ha cominciato dal teatro. Che cosa rappresenta per lei?

"La prima forma d’amore, avendo fatto l’Accademia nazionale d’arte drammatica a Roma. Per ‘arrivare’ al pubblico bisogna leggere e arricchirsi. Del teatro mi piace il tempo, la possibilità di rifare una scena anche 12 volte, il perdersi dietro le parole. Poi la possibilità di crescere con il pubblico, spettacolo dopo spettacolo".

Anche tv e cinema le hanno regalato grandi emozioni. Cosa li caratterizza?

"Se il teatro è dell’attore, il cinema e la tv sono del regista perché è lui che decide tutto. Benché abbiano la stessa tecnica in tv si corre di più che al cinema, c’è più fretta. Una scena al cinema può richiedere anche due giorni, in tv no. Rispetto al teatro, l’arco drammatico è completamente diverso, ‘vincono’ le location e bisogna essere flessibili nel calarsi nelle emozioni".

Può fare un esempio?

"Quando ho girato ‘La meglio gioventù’, siamo partiti dalla casa di Matteo Curati e mi sono trovato a dover girare il suicidio, ossia l’ultima scena del film, il terzo giorno di riprese".

C’è un personaggio che avrebbe voluto interpretare?

"Il giovane Raskolnikov di ‘Delitto e castigo’ di Dostoevskij che, per ragioni anagrafiche, non potrò più fare. Un esempio spaventoso di etica. Compie un delitto, la passa liscia e resta libero, ma la sua coscienza gli impone di costituirsi e scontare la pena".

Nel suo futuro vede un possibile debutto alla regia?

"Mi piacerebbe molto anche se questo non è un momento storico felice per la difficoltà di trovare un produttore. Prima di fermarmi un anno e mezzo e rinunciare a tante interessanti proposte, deve valerne la pena".

Cosa consiglierebbe a un giovane che sogna di diventare attore?

"Di provare a entrare in una importante accademia italiana, lasciando perdere le scorciatoie di talent e web… La passione è importante ma non basta, deve essere associata al talento e fare un provino davanti a una commissione seria può essere un buon banco di prova. Poi ci vuole una grande forza di volontà".

Roberta Bezzi