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22 giu 2022

Niente più unità speciali Covid "Si rischia un vuoto assistenziale"

Dal 30 giugno le Usca, che visitavano a casa i pazienti contagiati, spariranno per decisione del governo. I medici che le componevano: "Il rischio è che questa scelta vada a pesare sul Pronto soccorso"

22 giu 2022
Le Usca nel nostro territorio erano state attivate a fine marzo 2020 (repertorio)
Le Usca nel nostro territorio erano state attivate a fine marzo 2020 (repertorio)
Le Usca nel nostro territorio erano state attivate a fine marzo 2020 (repertorio)
Le Usca nel nostro territorio erano state attivate a fine marzo 2020 (repertorio)
Le Usca nel nostro territorio erano state attivate a fine marzo 2020 (repertorio)
Le Usca nel nostro territorio erano state attivate a fine marzo 2020 (repertorio)

Per oltre due anni il loro lavoro è stato un punto fondamentale per l’assistenza ai pazienti Covid: vestiti come astronauti andavano a casa a controllare lo stato di salute delle persone fragili col virus. Ma le usca, unità speciali di continuità assistenziali nate nel marzo del 2020, spariranno a breve: la loro fine è già stata decretata, e avverrà dal 30 giugno. La decisione è nazionale, e si porta dietro molti timori circa la gestione dei pazienti Covid, che dovranno rivolgersi ai servizi ’ordinari’. Per molto tempo i medici delle usca sono stati gli unici a poter andare a casa a visitare i pazienti Covid, e il loro lavoro continua tuttora. Nei primi 15 giorni di giugno hanno infatti effettuato 76 visite in provincia, di cui 53 a pazienti a casa e 23 in strutture per anziani del territorio. Sono stati contattati 57 volte, hanno verificato le condizioni di un paziente sottoposto all’antivirale Paxlovid e di 16 a cui è stato prescritto il Molnupiravir. In totale dall’inizio della pandemia in provincia hanno effettuato 8.572 visite, di cui 2.352 nel 2020, 3.220 nel 2021 e 3.000 nel 2022 (dato al 15 giugno). Il loro lavoro, quindi, continua a essere intenso. "Il problema è che noi stiamo ancora facendo parecchie visite, e non è stato deciso un percorso per i pazienti del territorio. Non si sa chi poi li assisterà" spiegano i 18 medici che compongono le usca nel Ravennate. Tra loro ci sono 5 medici di base, medici che stanno facendo il corso per diventare dottori di famiglia e specializzandi. "Ai medici di base non è arrivata nessuna comunicazione relativa a ciò che succederà fra 9 giorni – proseguono i medici delle Usca – e loro non hanno fatto la formazione su vestizione e svestizione, non hanno nemmeno le tute né conoscono le procedure di smaltimento dei presidi. Noi eseguiamo anche le ecografie toraciche a casa e siamo gli unici a portare avanti le pratiche per le somministrazioni dell’antivirale sperimentale Molnupiravir. Il rischio ora è che si crei un vuoto assistenziale nei confronti dei pazienti Covid, che finiranno per presentarsi al Pronto soccorso". Un’evenienza che aumenterebbe il lavoro in un settore già critico.

"Le Usca sono state un intervento previsto a livello nazionale in una situazione di emergenza – dice Mauro Marabini, direttore del dipartimento di Cure primarie dell’Ausl a Ravenna – e per noi è stato grandissimo servizio, molto utile. Il governo sta cercando di rientrare nella normalità e penso che la decisione di chiudere il servizio vada intesa in questo modo". Marabini spiega che "i servizi ordinari hanno cominciato da tempo a farsi carico dei pazienti Covid, e i medici di base vanno a visitarli a casa, così come può fare anche la guardia medica. Ciò che ci preoccupa è l’aumento del lavoro dei nostri servizi, ma nell’estate ci auguriamo che la situazione possa essere sostenuta".

Sara Servadei

© Riproduzione riservata

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