Matteo Cagnoni (foto Corelli)
Matteo Cagnoni (foto Corelli)

Ravenna, 6 settembre 2018 - Quella non era ancora la villa del delitto, ma solo una delle tante ville della famiglia Cagnoni. Il protagonista di questa storia non è però Matteo Cagnoni, il 53enne dermatologo condannato all’ergastolo il 22 giugno scorso per l’omicidio della consorte (VIDEO), la 39enne Giulia Ballestri.

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Per capire chi allora, dovremmo sfogliare al contrario le pagine del calendario fino alla notte del 9 novembre 2014. Ed è lì, esattamente alle 23.50, che ci imbatteremmo nel nome di un 43enne albanese, muratore disoccupato, pizzicato dai carabinieri mentre cercava di entrare proprio nella villa di via padre Genocchi, quella del delitto di Giulia.

L’uomo, difeso dall’avvocato Nicola Casadio, è stato citato a giudizio per tentato furto aggravato con processo fissato a inizio settimana davanti al giudice monocratico Federica Lipovscek. Tra i testimoni, ecco Matteo Cagnoni: del resto fu lui, con tanto di delega scritta del padre Mario proprietario dell’immobile, a presentare due giorni dopo formale denuncia ai militari della caserma di via Alberoni. Ironia della sorte, il pm titolare del fascicolo è lo stesso che ha chiesto, e ottenuto, la condanna di Cagnoni: Cristina D’Aniello. Di nuovo faccia a faccia tre mesi dopo la chiusura del processo in corte d’assise.

Dopotutto anche il 43enne albanese, non lui personalmente ma solo in quanto potenziale ladro straniero impegnato su via Genocchi, s’era ritagliato uno spazio di tutto rispetto durante l’assise. Sì, perché nella ricostruzione difensiva, quel 16 settembre 2016, un venerdì mattina, Giulia poteva essere stata ammazzata da non meglio precisati ladri stranieri che presumibilmente bazzicavano in zona stazione: avevano prima seguito la 39enne e poi l’avevano uccisa a bastonate. Forse passati di soppiatto dietro di lei dal portone principale o forse giunti con funambolica agilità dal balcone del primo piano, avevano massacrato Giulia con un tronco di pino per poi tentare di ripulire la scena del crimine.

Decisamente più maldestra l’azione del 43enne che prima aveva cercato invano di forzare con una chiave inglese la porta d’ingresso al piano terra. E poi, con una scala, era arrivato su un terrazzino del primo piano dove aveva forzato uno degli infissi. Fine della sortita perché l’allarme aveva messo in allerta prima la vigilanza privata e poi l’Arma. Per intrappolare il 43enne, era stato sufficiente togliergli la scala di sotto e lasciarlo lassù in attesa della giustizia.

Forte di pregresse grane della moglie per l’occupazione abusiva di un alloggio Acer, la difesa del 43enne tenterà ora di dimostrare che in realtà non si trattava neppure di un aspirante maldestro ladro ma di uno che cercava di arrivare là dentro per bivaccare. In ogni caso, almeno sin qui una distanza siderale dai ladri acrobati indicati da Cagnoni.