"Qui per Stanley, che combattè per la libertà"

Robert Drummond, insieme al figlio, ha ripercorso le tracce del genitore, soldato canadese che nel 1944 si battè contro i tedeschi

"Qui per Stanley, che combattè per la libertà"
"Qui per Stanley, che combattè per la libertà"

Un viaggio sulle ali della memoria, per rintracciare quanto, fino ad ora, è solo stato immaginato. Robert e James Drummond, rispettivamente padre e figlio, hanno deciso di avventurarsi nei territori segnati dal passaggio della linea Gotica sulle tracce di Stanley, loro padre e nonno, che in Italia ha combattuto fra le fila del primo battaglione dell’allora Westminster Regiment canadese. Quelle tracce li hanno portati, pochi giorni fa, a Villanova di Bagnacavallo, dove oltre 200 militari canadesi sono sepolti. Dal gennaio del 1944 al marzo del 1945, Stanley e suo fratello Don, hanno combattuto contro l’occupazione tedesca per poi essere trasferiti in Olanda. Un percorso che ha segnato le loro esistenze e quella di tanti altri, compreso l’"Alpino delle sette vite", Diotalevio Leonelli di Lavezzola, scomparso nel 2019.

Il racconto del suo passato è stato messo nero su bianco dal nipote, Massimo Toschi che casualmente, anni fa, ha stretto amicizia con James Drummond. Due vite destinate ad incrociarsi per scoprire che entrambi i loro nonni, Diotalevio e Stanley hanno combattuto, proprio nella zona di Villanova, a soli 10 chilometri di distanza l’uno dall’altro senza mai incontrarsi. Una storia che Toschi definisce "magica" e che ha portato al viaggio in Italia di Robert Drummond che da Ottawa è volato a Firenze, dove James al momento risiede, per incontrare la famiglia del figlio e ripercorrere nel contempo, i percorsi fatti da Stanley. "Mio padre non amava parlare del periodo trascorso in guerra – spiega Robert, ex militare in servizio nella Air Force. Ne parlava soltanto con gli amici e gli ex commilitoni. A mia sorella e a me raccontava dello spirito di corpo che si era creato, delle condizioni meteorologiche incontrate ma nulla di più. Una volta l’ho sorpreso mentre parlava in un angolo con alcuni veterani. L’ho sentito raccontare, ma quando mi ha visto, si è bloccato. Anche nel diario, che ho visionato dopo la sua morte, non ho trovato molto. Non ho mai compreso perché non volesse farci partecipe di quello che aveva vissuto fino a quando ho visto le pellicole appartenenti a quel filone realistico dedicato al secondo conflitto mondiale prodotte anni dopo. A quel punto ho immaginato. Ed ora mi dispiace non aver chiesto di più a mio padre".

Robert, per onorare la memoria di Stanley è diventato membro dell’Associazione che riunisce i veterani del Westminster Regiment, ora trasformato in Royal Westminster Regiment. La prima tappa effettuata alla scoperta dei luoghi in cui Stanley ha combattuto, in compagnia dei volontari del gruppo War Time Friends che hanno supportato i Drummond nel corso della loro visita, li ha portati in una abitazione nei pressi di San Pancrazio, in cui i militari canadesi, compresi Stanley e Don si erano rifugiati. "Lo scrive mio padre nel suo diario. Un ufficiale tedesco che era in avanscoperta rispetto alla colonna di mezzi pesanti che doveva transitare da li, entrò nella casa per ispezionarla – racconta Robert –. Il corpo a corpo che ne seguì fu fatale per il tedesco. Poi tutti si zittirono per evitare che anche il minimo rumore potesse catturare l’attenzione della colonna che riuscì a passare senza accorgersi di nulla. E’ stato emozionante poter vedere quella casa . Nel diario sembrava essere più piccola ed invece è molto grande. Al mio ritorno, lo dirò al Presidente dell’Associazione". L’emozione è tanta, visibile negli occhi di entrambi. "Non ricordo se mio padre è tornato in Italia, dopo quegli anni", confessa. "Fra i suoi documenti ho trovato un itinerario, scritto in italiano, di un possibile viaggio lungo la linea Gotica. Lui è mia madre sono stati diverse volte in Europa, quindi non lo escludo. Mio padre era sempre allegro, pieno di vita. E profondamente legato ai suoi compagni di armi al punto da non perdere neppure uno dei meeting annuali organizzati in ricordo di quei tempi. Se sapesse che io e James siamo qui, dove lui ha combattuto, credo sarebbe "quite pleased" – sottolinea – quindi abbastanza contento, ma soprattutto orgoglioso, come lo era profondamente, per il servizio prestato".

Monia Savioli