Selvaggia Lucarelli (LaPresse)
Selvaggia Lucarelli (LaPresse)

Ravenna, 6 maggio 2019 - Quel selfie – una donna piacente in primo piano, sullo sfondo tre più in carne di lei –, accompagnato da un invito esplicito a uno stile di vita più sano «altrimenti i vostri mariti guardano le altre..», aveva indignato la rete dopo la secca bocciatura (eufemismo) da parte della blogger Selvaggia Lucarelli, che l’aveva condiviso sui social. Ma non tutto ciò che è di cattivo gusto è necessariamente reato. In questo senso andava la decisione del Gip Corrado Schiaretti che lo scorso 15 aprile aveva archiviato – su richiesta della stessa Procura – il procedimento per diffamazione aggravata intentato dalle tre signore, sentitesi sbeffeggiate loro malgrado, nei confronti dell’autrice, una 37enne mamma ravennate.

Eppure ora è tutta da rifare. Colpa della mancata notifica della convocazione dell’udienza a due delle tre parti parti in causa. A opporsi alla richiesta di archiviazione, infatti, risultava un solo legale, l’avvocato Cristina Amadori. Ora un secondo, l’avvocato Cecilia Semprini, che a quell’udienza non poté partecipare perché non avvisata, ha presentato un reclamo che potrebbe portare il Tribunale ad annullare l’ordinanza di archiviazione e restituire gli atti a un giudice diverso da quello che ha già deciso. In astratto le parti potranno portare nuovi elementi a sostegno dell’accusa.

Ma dato che lo stesso Pm, Monica Gargiulo, di quel post non aveva ravvisato contenuto diffamatorio poiché «mancante di frasi offensive e lesive del decoro», è difficile immaginare un epilogo diverso. Il post, che col paravento dello stile di vita sano della donna più belloccia nella sostanza reclamizzava un prodotto dimagrante, era stato duramente attaccato dalla Lucarelli, che parlando di «foto a tradimento» aveva rigettato anche le scuse a stretto giro dell’autrice la quale, avendo anche perso il lavoro per via del linciaggio mediatico, aveva deciso di querelare per stalking la blogger.

Ironia del destino, lo stesso giorno dell’archiviazione l’Antitrust ha inflitto un milione di euro di multa alla società per cui lavorava l’autrice del selfie. In pratica – per l’Autorità garante – venditori che fanno finta di essere consumatori, mettono in azione una forma di marketing occulto su facebook, diffondendo informazioni ingannevoli.