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3 mag 2022

"Spazi stretti, area non idonea al lavoro" Marcegaglia, com’è morto l’operaio

La consulenza della procura parla di vie di fuga non garantite nello stabilimento dove il 15 luglio scorso perse la vita il 63enne

Bujar Hysa, l’operaio 63enne deceduto in seguito alle ferite da schiacciamento riportate per il ribaltamento di un coil
Bujar Hysa, l’operaio 63enne deceduto in seguito alle ferite da schiacciamento riportate per il ribaltamento di un coil
Bujar Hysa, l’operaio 63enne deceduto in seguito alle ferite da schiacciamento riportate per il ribaltamento di un coil

"Ristretti spazi di manovra" e "vie di fughe non garantite". L’area nella quale si era verificato l’incidente mortale, va insomma classificata come "non idonea per le attività lavorative" in questione. E’ la conclusione raggiunta dal consulente incaricato dalla procura, l’ingegnere ferrarese Massimo Rizzati, per fare luce sull’infortunio che il 15 luglio scorso era costato la vita a Bujar Hysa, operaio 63enne di origine albanese deceduto in seguito alle ferite riportate un paio d’ore prima all’interno dello stabilimento di via Baiona della Marcegaglia.

Sette in totale sono gli indagati nell’inchiesta coordinata dal pm Cristina D’Aniello: tre sono di Cofari, la cooperativa di facchinaggio per la quale la vittima lavorava in qualità di socio (sono tutelati dagli avvocati Danilo Manfredi, Samuele De Luca ed Elena Zanni). E quattro di Marcegaglia (avvocati Ermanno Cicognani, Sergio Genovesi e Claudio Nannini). I risultati preliminari dell’autopsia eseguita dal medico legale Tommaso Vassallo, avevano confermato le ipotesi della prima ora: ovvero che il trauma da schiacciamento fosse la causa più probabile del decesso nell’ambito di una carambola tra coils - pesanti bobine d’acciaio - che aveva finito per coinvolgere il lavoratore mentre si trovava all’interno di un magazzino.

Secondo il consulente del pm, era andata così: durante l’operazione di inserimento del gancio a ’C’ nel foro di un coil per sollevarlo, la maniglia aveva agganciato l’ultimo nastro - una sorta di fetta di coil - alle spalle del lavoratore. Ciò aveva finito per destabilizzarlo e ribaltarlo sul 63enne. Tutto - si legge nelle conclusioni dell’analisi - per colpa dei "ristretti spazi di manovra" legati al fatto che gli appositi scivoli inclinati (spalle) fossero stati riempiti con troppi nastri: ciò impediva di agganciare in modo appropriato il pezzo giusto.

Un altro fattore che ha portato all’evento, è legato alla "posizione non corretta" del lavoratore il quale si trovava in un punto laterale come tale "esposto così al rischio di schiacciamento" da parte del nastro alle sue spalle.

In quanto all’analisi dei documenti, avrebbe restituito "l’incompletezza del documento unico di valutazione dei rischi interferenziali" dato che nella stessa zona operavano più ditte per la movimentazione dei nastri e Cofari per quella dei coils. In particolare "non è stato valutato il rischio di ribaltamento dei nastri in conseguenza di urti e collisioni".

Inoltre "non sono state indicate le misure di protezione", vedi bloccaggio dell’ultimo nastro o limitazione del riempimento degli scivoli con il materiale da caricare. Il consulente ha puntato il dito anche sulla mancata protezione dai "rischi da caduta o investimento di materiali" e sulla mancanza di "spazi operativi e vie di fuga" indispensabili in caso di materiali che possono oscillare. C’è infine una "presunta non conformità del gancio a C" - in via di valutazione da parte dell’autorità per la sorveglianza del mercato - messo a disposizione del defunto (due maniglie laterali invece che una) che come tale avrebbe indotto il 63enne a operare da posizione laterale, ovvero più pericolosa.

Andrea Colombari

© Riproduzione riservata

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