"Vigilante discriminato per attività sindacale" Il giudice annulla la sanzione disciplinare

La sentenza ordina anche di rimettere l’uomo al suo posto di lavoro e condanna l’istituto ‘Cittadini dell’ordine’ a risarcirlo. L’azienda gli aveva tolto due ore di stipendio e gli aveva pure cambiato il turno, da sede stabile di giorno a pattugliamenti di notte

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Prima la sanzione disciplinare con due ore di stipendio in meno. E poi il repentino cambio di turno che da sede stabile e di giorno si era trasformato in pattugliamenti e di notte. Una doppia discriminazione quella che – secondo il giudice del Lavoro Dario Bernardi – aveva subito una guardia giurata in forza dal 2015 all’istituto di vigilanza ‘Cittadini dell’ordine’ spa e con qualifica di rappresentante sindacale aziendale della Filcams Cgil. E proprio l’attività sindacale improntata alla rivendicazione “della pausa di riposo tra un turno e l’altro”, avrebbe fornito il contesto della controversia approdata giovedì scorso all’annullamento della sanzione disciplinare e alla condanna dell’azienda: dovrà risarcire il lavoratore con 10 mila euro; dovrà ricollocarlo nel servizio che svolgeva prima (cioè alla sede Inps di Ravenna); e dovrà pagare più di 14.200 euro di spese di lite.

Il caso era finito al vaglio del tribunale quando il protagonista della vicenda – da 20 anni guardia giurata – attraverso i suoi avvocati Gianni Casadio e Manuel Carvello si era fatto avanti per lamentare una discriminazione subita da quando aveva cominciato a darsi da fare con l’attività sindacale. Uguale a contestazioni disciplinari ma soprattutto, nel settembre 2019, allo stravolgimento dei turni. La situazione era andata avanti con i relativi disagi fino a quando nel gennaio 2020 l’uomo aveva ottenuto l’aspettativa sindacale. Il giudice, per esaminare la vicenda, è partito dalla contestazione disciplinare mossa per un episodio del 27 aprile 2019. Quel giorno il vigilante davanti a un paio di colleghi aveva proposto alcuni commenti non edulcorati declinandoli al femminile senza però mai usare riferimenti sessuali o ventilare l’elargizione di favori in cambio di promozioni. Pur senza fare nomi, a quelle parole era poi stata associata l’identità di una sua superiore. Il primo dei due testimoni in aula aveva riferito di un “colloquio dal tono normale. Non ha detto il nome della collega. Non l’ho presa come un’offesa”. Di analogo tenore le parole dell’altro: “Avevo interpretato come uno scherzo. Poi mi è stato chiesto di fare rapporto”. La sintesi del giudice: “Unanime percezione di battuta, scherzo innocuo e inoffensivo”. Certo, “parole non uscite direttamente dal galateo” ma “ampiamente gergali e di uso comune”. Ovvero una “libera manifestazione del pensiero”. E il fatto che tutto ciò senza altre cause fosse diventato “motivo di un illecito disciplinare – si legge nella sentenza – è evidentemente riconducibile alla logica punitiva per l’attività sindacale svolta”. In tal senso “appare significativo che ‘dall’alto’ sia stato richiesto di fare rapporto”. A conferma c’è inoltre il fatto che non sia emersa “una politica aziendale di tolleranza zero verso i lavoratori per reprimere battute sarcastiche o grossolane”. Solo un caso esiste: quello del vigilante sanzionato appunto.

E si arriva così alla questione cambio turni. Per l’azienda, come sintetizzato dal giudice, un normale avvicendamento di un dipendente che fino a quel momento aveva avuto “orari comodi e turni statici”. Ma è qui che nella sentenza è affiorato il tema sindacale anche sulla base di quanto riferito in aula da alcune guardie giurate: “Si è trattato di una ‘lotta’ sindacale tesa a persuadere i lavoratori dal rifiutare turni non intervallati da 11 ore di riposo”. Dopo avere esaminato il quadro generale della situazione, il giudice ha così concluso: il vigilante “non solo veniva trattato in modo deteriore rispetto al ‘prima’ della sua attività sindacale, ma anche rispetto agli altri colleghi di analoga esperienza e anzianità”. In poche parole: “Comportamento discriminatorio”.

Andrea Colombari