L’ex infermiera dell’Umberto I si trova a processo davanti alla corte d’assise
L’ex infermiera dell’Umberto I si trova a processo davanti alla corte d’assise

Ravenna, 12 gennaio 2016 - Alcune colleghe l’avevano notata vicino a degenti che sarebbero poi morti di lì a poco. E poi le statistiche sulle morti in corsia avevano restituito un quadro perlomeno anomalo quando di turno c’era quell’infermiera. Questa volta però il fascicolo non ha a che fare con Daniela Poggiali, la 43enne ex infermiera dell’ospedale ‘Umberto I’ di Lugo alla sbarra con l’imputazione di avere ucciso una sua paziente con una iniezione letale di potassio. Questa volta la procura ha chiesto che vengano processati l’allora primario di Medicina Interna, il 67enne Giuseppe Re, siciliano d’origine ma residente a Bologna. E la caposala, la 61enne Cinzia Castellani, nata nel Ferrarese ma residente a Fusignano e andata in pensione pochi mesi fa.

Nella richiesta di rinvio a giudizio depositata di recente, a entrambi viene contestato l’omicidio volontario sulla base dell’articolo 40 capoverso del codice penale. Questione di legittimità fondamentale per l’esito de procedimento: «Non impedire un evento, che si ha l’obbligo di impedire, equivale a cagionarlo». Perché, sulla base degli elementi raccolti dai carabinieri del nucleo Investigativo coordinati dai pm Alessandro Mancini e Angela Scorza, secondo l’accusa ai due non erano mancate le occasioni per impedire la morte di Rosa Calderoni, 78enne paziente di Russi deceduta l’8 aprile 2014.

E’ per questa ragione che Re viene posto al centro di una serie di investigazioni ritenute irrituali. Per la procura insomma si era accorto che qualcosa non andava, senza tuttavia allertare per tempo l’autorità giudiziaria. È in questo senso che l’accusa legge le autopsie interne disposte sia su pazienti morti poco prima della Calderoni che sulla Calderoni stessa. Lo scopo era quello di ottenere campioni da analizzare, in taluni casi con indicazioni molto specifiche. Vedi sangue dalla vena polmonare o bile dalla cistifellea. Prelievi che l’anatomo patologo incaricato ad esempio il 7 aprile, aveva eseguito con scrupolo credendo che non servissero tanto ad accertare la presenza di sostanze tossiche, quanto per verificare il dosaggio di un dato farmaco. Situazione ritenuta plausibile, tanto più che il primario in questione è referente in una commissione regionale del Farmaco. Ma il giorno dopo era deceduta la Calderoni. E nei suoi bulbi oculari un anatomo patologo individuato in questo caso dal pm Scorza aveva trovato concentrazioni di potassio ritenute letali.

Per la caposala le grane giudiziarie sono arrivate invece perché non avrebbe adeguatamente vigilato sulla Poggiali nonostante le segnalazioni. Lei ha per ora scelto di non svelare nessuna strategia difensiva. Il primario ha invece affidato a una corposa memoria e a un interrogatorio la sua versione sull’accaduto. Tutto ciò non gli ha però evitato la richiesta di rinvio a giudizio.