Bruno Arpaia
Bruno Arpaia

Reggio Emilia, 25 gennaio 2020 - Il salto che non abbiamo ancora fatto, ma che il tempo ci costringe a fare prima che sia troppo tardi, è di mentalità. Mettiamo la vita di tutti davanti ai desideri dei singoli individui. E allora, forse… potremo salvarci. È la Terra a chiedercelo, e Bruno Arpaia se ne fa portavoce attraverso le pagine di 'Qualcosa, là fuori' (Guanda editore), che lo scrittore presenterà stasera alle 21, al Binario49, incalzato dalle domande di Francesco Merli, direttore di Ematologia al Santa Maria Nuova di Reggio. Fiumi aridi, polvere giallastra, case abbandonate: in un’Europa prossima ventura, devastata dai mutamenti climatici, decine di migliaia di migranti ambientali sono in marcia per raggiungere la Scandinavia, diventata il territorio più favorevole agli insediamenti umani. Livio Delmastro, anziano professore di neuroscienze, è uno di loro. Cammina in colonna attraverso terre sterili e città in rovina, in un continente stravolto e irriconoscibile.

Perché per decenni il tema ambiente e clima non ha saputo coinvolgere le grandi masse?

"Noi soffriamo di una forma di pregiudizi, che gli inglesi chiamano cognitive - behavioral distorsions (distorsioni cognitive). Tendiamo cioè all'ottimismo e alla sottovalutazione delle cose. “La temperatura aumenterà di un grado e mezzo”, dicono gli esperti, e a noi sembra pochissimo. Perciò non ci rendiamo conto del cambiamento climatico in atto e tendiamo a scaricare le responsabilità (“E io che c'entro?”). Così facendo perseveriamo nella nostra identità. Il Club di Roma cominciò a lanciare avvisaglie sulla pericolosità di questo atteggiamento già 50 anni fa. Eppure noi occidentali, se non veniamo toccati da vicino dai cataclismi, non li vediamo. Così è avvenuto per l'inondazione in Bangladesh, da 3000 morti. Poi però nel 2017 quando un ciclone tropicale stava investendo la Galizia la gente si è resa conto che il pericolo era reale, e non cosa del futuro. Il salto nella percezione della gente riguardo i disastri climatici, comunque, è avvenuto solo in un modo, tramite il racconto di queste esperienze. Il nostro cervello deve ascoltare storie, per appassionarsi. Letteratura e serie tv in questo meccanismo sono fondamentali.

Il suo romanzo descrive un futuro apocalittico in cui decine di migliaia di persone sono in marcia verso il Grande Nord, unica terra in cui poter sperare di sopravvivere. Che cosa c'è di realistico in questa previsione?

"Come autore attraverso i generi letterari e non mi interessano le etichette, quindi il mio non è uno scritto apocalittico o distopico. Mi rifaccio direttamente ai rapporti degli scienziati, senza inventare nulla, perché quello che illustro è lo scenario che gli scienziati prevedono. Il libro è del 2016 e gli scienziati già si riferivano al 2050! Mi sono prefigurato le cose che stanno già succedendo dal punto di vista sociale e politico. Nelle pagine descrivo una grande siccità in California, che poi si è effettivamente verificata. Idem per la tempesta in Bangladesh. Stiamo già vivendo nel peggio del peggio, e peggiorerà ancora se non ci diamo una mossa. I mutamenti climatici sono fra le prime cause di disastri quali il crollo delle istituzioni, l'aumento della violenza e dei conflitti, e il primo a rendersene conto è stato l'esercito americano, che in un rapporto del 2004 indicava il cambiamento climatico come il primo fattore di squilibrio politico nel mondo. Prepariamoci, perché questi migranti ambientali presto saremo noi. Non c'è nulla da fare. Per il 2100 si parla di due miliardi di esseri umani costretti a migrare. Dal Sahel stanno arrivando verso nord, in Europa. Poi sarà il nostro turno. Già stanno migrando le piante, gli animali."

Da che parte sta rispetto al movimento Fridays for Future?

"Mi colloco come un collaboratore esterno. In questo senso ho anche aiutato alcuni ragazzi del collettivo di Fisica. Dopo 50 anni, è il primo movimento che confida davvero nella scienza e nello studio, cosa rara di questi tempi, e si servono di parole d'ordine come giustizia climatica, consapevoli che il cambiamento climatico non colpisce tutti nello stesso modo, ma soprattutto le popolazioni più povere".

Al di là delle propagande, noi persone comuni possiamo ancora posticipare una catastrofe con i nostri comportamenti?

"Potrei dirle che risparmiare l'acqua è necessario, eccetera. Ma si tratta di svuotare il mare con un cucchiaio. La verità è che bisogna uscire dall'individualismo. Siamo ricchi occidentali, ma anche noi siamo vittime del cambiamento climatico. Certo, possiamo fare a meno delle tre auto a famiglia e dell'aereo, ma dobbiamo cambiare il modo di consumare e produrre. È una questione sistemica, collettiva, globale e politica. Ma sono pessimista, perché vedo che la politica di oggi è basata sull'immediatezza".

Che cosa intende?
"Avremmo bisogno di politici visionari, con prospettive a lunghissima scadenza. Invece le democrazie occidentali sono diventate democrazie del presente. Del presente immediato".

Che ne pensa del provvedimento del Comune di Milano di vietare il fumo all'aperto, alle fermate del bus e in coda ai servizi comunali?

"Rifuggo da qualunque fondamentalismo. Ok, parlo da fumatore, però quando si esagera… Prendiamo tutta questa gente preoccupatissima delle cacche di cane a terra. Comunque una deiezione di cane a terra crea anticorpi. Ricordiamoci poi che i nazisti erano ossessionati dall'igiene e dalla pulizia. Il sindaco di Milano, tra le azioni anche giuste che sta tentando di applicare, dovrebbe preoccuparsi e occuparsi della qualità dell'aria".