Aemilia, pubblicate le motivazioni del processo (Foto Artioli)
Aemilia, pubblicate le motivazioni del processo (Foto Artioli)

Reggio Emilia, 18 luglio 2019 - Una ‘ndrangheta che per fare sempre più affari al nord e conquistare nuovi spazi nell’economia ha cambiato veste, «ha vestito un abito nuovo», «presentabile», di fatto imprenditoriale, pur rimanendo fedele alla sua «consolidata fama criminale». È questa la descrizione della cosca emiliana che emerge con maggior forza dalle 3.200 pagine della sentenza del processo Aemilia, che si è concluso a Reggio Emilia a ottobre con 118 condanne per 1.200 anni di carcere.

«Signor presidente, a Reggio Emilia siete tutti, nessuno escluso, sotto uno stadio di assedio e assoggettamento ‘ndranghetistico che non ha eguali nella storia reggiana, nemmeno i terroristi erano arrivati a tanto». Sono le parole del pentito Antonio Valerio, pronunciate in udienza l’11 ottobre 2018 davanti ai giudici del processo ‘Aemilià. Lo stesso tribunale di Reggio Emilia ha scelto queste frasi come citazione emblematica, in apertura delle 3.200 pagine della storica sentenza. 

«La ‘ndrangheta qui a Reggio Emilia - diceva ancora Valerio, secondo i giudici con una sintesi 'efficace e drammatica' - è autonoma, evoluta e tecnologica. Asserisco e ribadisco che la ‘ndrangheta è il fenomeno che oggi vi fa meravigliare a Reggio Emilia, i vari Dragone, Sarcone, Diletto, Lamanna, Grande Aracri, Vertinelli, Blasco, Valerio, Bolognino, eccetera, eccetera. Tutti, nessuno escluso. Anzi, come ho sempre detto, ne mancano, e anche tanti. Comunque nomi e cognomi, che spuntano nelle ultime operazioni di Polizia, Carabinieri, GdF a Reggio Emilia e dintorni, ora li state scoprendo come agivano e tessevano le fila, e tessevamo le fila, sotto il profilo criminale organizzato». E ancora: «Non sono le nostre origini la discriminante, ma ciò che siamo: mafiosi e ‘ndranghetisti, maledettamente organizzata». 

Ciò che fa specie, proseguiva parlando dell’assoggettamento, «è che la ‘ndrangheta lo fa silentemente, prima di arrivare a fatti eclatanti come il ‘92. Ha impresso, marchiato a fuoco con il sangue chi doveva comandare a Reggio Emilia, e poi è sceso il silenzio tombale, ciò che sa fare bene la ‘ndrangheta».

La cosca di ‘Ndrangheta emiliana al centro del processo Aemilia è un’organizzazione autonoma, seppur fortemente legata alla casa madre calabrese. Su questo concetto si sofferma la motivazione della sentenza: «L’imponente mole di prove raccolte nel corso del dibattimento - si legge - ha confermato l’insediamento sul territorio di Reggio Emilia e della sua Provincia di una cosca di ‘ndrangheta di derivazione cutrese, sviluppatasi e diffusasi anche sul territorio delle province emiliane limitrofe e di quelle della bassa Lombardia, dotata di autonomia sul piano decisionale, organizzativo, economico nonché su quello operativo della esteriorizzazione del metodo mafioso, manifestatosi su questi territori ove si sono consumati la totalità dei reati fine». Lo conferma anche «l’autonoma determinazione di strategie pubbliche e politiche da adottare a tutela del gruppo anche nei momenti di fibrillazione» e la ricerca «di contatti con esponenti della politica, della pubblica amministrazione nonché della informazione locale, nel tentativo di influenzarla e di colpirla». Ma autonomia non significa «recisione di qualsiasi rapporto con la casa madre e con il suo capo», cioé Nicolino Grande Aracri. Ma implica, «innanzitutto, collaborazione in vista della massimizzazione del reciproco profitto». Né esclude «fedeltà e il rispetto che la cosca emiliana deve portare alla casa madre e al suo capo», che si traduce in un dovere di informazione, in un ritorno economico (il cosiddetto ‘fiore’).

Da un lato «una campagna politico-mediatica» a sostegno della tesi «della discriminazione e dell’isolamento dei cutresi emigrati nella Provincia  reggiana diversi anni prima». Dall’altro azioni per «condizionare, addirittura imbavagliare, gli organi di informazione» ritenuti ostili. È questa, secondo i giudici del tribunale di  Reggio Emilia, una delle grandi strategie attuate dalla cosca emiliana per affermarsi nel territorio. Lo evidenziano gli episodi di minacce a giornalisti al centro del processo, come quella di Gianluigi Sarcone ai danni del direttore di Telereggio Gabriele Franzini. La vicenda «si inserisce pienamente in una strategia del gruppo che mirava a controllare, condizionare, financo imbavagliare, la stampa e l’informazione in generale, per valorizzare la comunità calabrese come risorsa per la collettività  reggiana e per nascondere dietro questa immagine ‘pulità, il radicamento della criminalità organizzata di origine calabrese. Per fare ciò occorreva - spiegano i giudici - impedire che venissero divulgate notizie di senso contrario e gravemente nocive per il sodalizio. Ciò anche a costo di andare a colpire i singoli giornalisti con azioni intimidatorie».