Reggio Emilia, 6 novembre 2018 - È un rapporto antico quello fra la Calabria e il cuore di Reggio Emilia. Un intreccio, ormai indissolubile, sfociato oggi nelle centinaia di condanne per ’ndrangheta del processo Aemilia e nei volti degli ostaggi tenuti per otto ore sotto la minaccia di un coltello dentro un ufficio postale di Pieve Modolena. È l’altra faccia della città modello, quella degli «asili più belli del mondo», dell’eccellenza meccatronica, del Parmigiano Reggiano, di Max Mara e di ingegneri capaci – non solo metaforicamente – di raddrizzare un’Italia inchinata davanti al mondo assieme alla Costa Concordia.

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Luci ora offuscate da una trama intessuta a partire dagli anni Cinquanta e da un paese in provincia di Crotone che porta il nome di Cutro. Era la stagione del boom edilizio, il pedagogo Loris Malaguzzi perfezionava la filosofia educativa reggiana che avrebbe portato all’esportazione del Reggio Approach; l’epoca dell’accoglienza, dei soldi che gonfiavano le tasche, della grassa Emilia che aveva bisogno di manovalanza per estendere i confini dei suoi centri abitati. L’accento era un dettaglio; non trascurabile invece, per gli amministratori dell’epoca, il credo politico.

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Arriva così, nella terra del primo Tricolore, il gruppo di pionieri cutresi intorno al 1957, chiamati appositamente per costruire il quartiere periferico Rosta Nuova. Sbarcarono in pulmino, con il cestino, pronti a lavorare. E, con loro, una volta saggiata la bontà dell’economia locale, alla spicciolata le famiglie. Eccolo il primo seme del «ponte migratorio» – così lo definiscono i sociologi – favorito dal Pci «per omogeneità di coloritura politica tra Reggio e il crotonese», conferma lo studioso Vittorio Mete nel suo libro Mafie del Nord - Strategie criminali e contesti locali.

Una coincidenza perfetta, fra la crisi del latifondo calabrese e il contestuale boom edilizio emiliano. Non fu dunque il soggiorno obbligato di Antonio Dragone – capobastone della ’ndrangheta cutrese costretto a un periodo di residenza a Montecavolo (nelle terre di Matilde di Canossa) – a dare il via al nucleo di cutresi a Reggio Emilia; il contrario. Nella città che ha dato i natali a Ludovico Ariosto negli anni Ottanta c’era già una comunità arricchita da vent’anni di edilizia. E fu lo stesso Dragone nel 1982, a chiedere e ottenere di soggiornare in un luogo in qualche modo familiare.

Un decennio di fermento sotterraneo, quello appena precedente. Negli angoli dimenticati degli Appennini reggiani, nell’agosto 1970, un gruppo di sedicenti universitari del Nord fonda le Brigate Rosse nell’osteria Da Gianni di Costaferrata; allo stesso tempo criminali di provenienza calabrese («forse non ancora mafiosi», dicono gli esperti) punteggiano la provincia, fino ad arrivare nel 1979 agli interessamenti della magistratura intorno ai primi reati spia tipici delle mafie. Ne seguono gli omicidi degli anni Novanta, considerati però «roba loro» da parte degli amministratori locali. «Abbiamo gli anticorpi», gridavano i politici reggiani negli anni Duemila. «Qui la mafia non c’è».

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Nel frattempo i cutresi costruiscono la periferia intorno all’esagono; i reggiani comprano da loro. Le due città si gemellano, vicino all’autostrada nasce ‘via Città di Cutro’ e la comunità calabrese conta già migliaia di abitanti. «Qui abbiamo trovato l’America», diranno i pentiti al processo Aemilia.

«Persone che morivano di fame in Calabria e dopo pochi anni ville, Audi, camion... Gli affari non possono andare così bene... Solo illeciti potevano essere. Non poteva essere un salto così col lavoro onesto». E non lo era.

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Lo si legge nelle carte di Aemilia: incendi di auto, Tir, tetti; la mafia locale è tangibile nella crisi post 2009 quando inizia a svelarsi: ha estorto, minacciato, fatto false fatture, evaso l’Iva, truffato lo Stato; ha riso delle scosse del terremoto 2012, fregandosi le mani di fronte al prospetto di guadagno; ha corrotto colletti bianchi emiliani (a loro volta alla sbarra), ha tentato di intimidire i testimoni del processo anche dal carcere. Ora, la ’ndrangheta è sotto gli occhi di tutti, ma lo abbiamo scoperto troppo tardi.