Alberto Dallari, il medico indagato
Alberto Dallari, il medico indagato

Reggio Emilia, 13 ottobre 2021 - "Ho ricevuto una chiamata dal paziente, il 9 settembre. Lui era disperato e angosciato. Voleva essere dimesso dall’ospedale ed essere ricoverato nel mio ospedale, che però io non ho... Gli ho consigliato di stare tranquillo e di fidarsi dei medici ospedalieri. Il giorno dopo vengo a sapere che era stato sedato: da allora non si è piu ripreso. Poi è stato intubato e tracheostomizzato, ed è venuto a mancare un mese dopo".

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Alberto Dallari è il medico neurologo reggiano indagato per la morte di Mauro Gallerani, 68 anni, di Cento: nei confronti del medico sono state formulate le ipotesi di reato di omicidio colposo e omissione di soccorso. Il medico ha raccontato la propria versione dei fatti al quotidiano online La Pressa.it  dalle cure da lui consigliate fino al ricovero: ed è all’operato dei medici dell’ospedale di Cona, dove Gallerani è morto, che Dallari consiglia di guardare, di fatto allontanando da sé ogni responsabilità.

"Alla lettura delle accuse a me rivolte, non ho nulla di cui rimproverami - afferma - se non che avrei dovuto iniziare forse subito la terapia più pesante, vista la gravità della situazione. Ma questo lo si sa sempre dopo. Non c’è alcuna correlazione col mio operato", si difende il medico che invita gli investigatori a concentrarsi sul ricovero. "Bisogna vedere e valutare cos’è successo all’ospedale di Cona. Perché il paziente è stato sedato? Con quali farmaci? - chiede Dallari -. Quand  era entrato, per sei giorni era stato in grado di respirare, parlare, telefonare e mangiare da solo".

Dallari raconta di aver preso in carica il malato "attraverso una sua amica, che mi conosceva perché avevo curato in quella zona altri pazienti con il Covid. Mauro mi ha contattato perché aveva la febbre e un tampone positivo". Precisa che di essere un medico di IppocrateOrg, ma che il 68enne non è arrivato a lui tramite l’associazione. "Era un paziente ad altissimo rischio: obeso, con insufficienza respiratoria, usava il dispositivo Cpap per la ventilazione notturna".

La cura da lui prescritta ha incluso "antibiotici, antinfiammatori, eparina e aerosol a base di cortisone. Abbiamo cominciato subito con questa terapia perché facilmente reperibile, mentre l’Ivermectina (antiparassitario usato sia negli uomini sia negli animali, ndr) sarebbe arrivata solo più tardi perché occorreva rivolgersi a una farmacia galenica".

Dallari racconta di aver seguito il paziente "per 6-7 giorni con un controllo bigiornaliero dei dati clinici e una supervisione dell’amica che quotidianamente andava a incontrarlo". Poi il quadro è mutato: "La donna mi ha riferito di un discreto miglioramento nei primi 3-4 giorni, poi abbiamo modificato la terapia perché lui era obeso e gli abbiamo consigliato due medicinali più pesanti come Rocefin e Urbason 40". C’è stato un miglioramento e stabilità, poi un crollo della saturazione.

Il 2 settembre abbiamo consigliato il ricovero, sollecitato anche dall’amica. Hanno telefonato al medico curante che ha attivato l’Usca, ma l’Usca, nonostante la chiamata urgente, ha detto che non riusciva a uscire e ha rimandato al giorno dopo. Il giorno dopo hanno chiamato ancora il pronto soccorso per fare uscire l’Usca, ma la saturazione era talmente bassa che è stato consigliato il ricovero, avvenuto il 3 settembre. Tutti i giorni noi abbiamo monitorato la sua capacità di comunicazione e i medici riferivano di una discreta stabilità. Lui era in casco, si alimentava da solo e parlava: questo stato è proseguito per sei giorni. Era stabile, sul grave". Poi, dopo un mese, la morte.