Batterio chimera, due nuovi casi individuati dalla Regione
Batterio chimera, due nuovi casi individuati dalla Regione

Reggio Emilia, 5 dicembre 2018 - Sono saliti a quattro i casi di infezione da Mycobacterium chimera in città. La verifica fatta dall’azienda sanitaria sulle cartelle cliniche di due pazienti che erano stati operati al Salus Hospital hanno dato esito positivo, facendo così salire a quattro i casi di infezione, dopo i precedenti due decessi che hanno riguardato sempre due pazienti operati dalla clinica privata. «Di questi due nuovi casi di infezione, uno riguarda un decesso avvenuto circa tre anni fa, mentre l’altro paziente è in buona salute», spiega Maria Luisa Moro, direttrice dell’Agenzia sanitaria e sociale regionale. L'uomo contagiato e poi morto fu "operato al Salus Hospital nel 2011, ed è deceduto nel 2015 e sul referto successivamente analizzato post mortem sarebbe emersa una presenza di Mycobacterium chimaera. Anche in questo caso i legami fra l'intervento, il contagio e il decesso sono attualmente in fase di verifica", specifica uk Salus Hospital.

Dottoressa Moro, che tipo di persone sono state colpite dall’infezione?
«Il quadro è abbastanza analogo. Tranne il paziente che ha avuto un decorso positivo, parliamo di persone tutte di una certa età con poli-patologie concomitanti e che sono state tutte operate al Salus Hospital. Tutte e quattro operazioni a cuore aperto, come era già stato detto».

I controlli stanno riguardando solo Reggio Emilia?
«No. Abbiamo allargato lo sguardo, perché dobbiamo essere sicuri che in tutte le sei cardiochirurgie della regione non ci siano stati altri casi di questo tipo».

Come vi state muovendo?
«Stiamo rivedendo le cartelle cliniche di tutti i pazienti che sono stati operati nelle sei strutture di cardiochirurgia e che hanno avuto una diagnosi di infezione. Su queste stiamo rivedendo se effettivamente possono esserci degli elementi, ricostruendo la storia clinica, che ci possano far sospettare che fossero anche questi casi di Mycobacterium chimera».

Quanti pazienti sono coinvolti in questi controlli?
«Stiamo andando molto indietro, dal 2010 al 2017, perché vogliamo essere molto cauti. Le cartelle cliniche che sono sotto la lente sono circa 140 in tutta la regione».

Cosa state facendo, invece, per informare i pazienti?
«Abbiamo inviato delle lettere a chi è stato operato dal 2012 al 2017 perché questa è un’infezione che può rimanere silente per tanti anni».

In questo modo si aiutano anche i medici che devono fare la diagnosi.
«Quando compaiono dei sintomi, infatti, è importante che chi prende in carico il paziente sappia che quella persona è stata operata per quell’intervento, così da poter fare una diagnosi precisa, perché i sintomi sono molto aspecifici. Abbiamo inviato una lettera anche ai professionisti».

Quanto è pericoloso questo batterio?
«Diciamo subito che le stime sul possibile rischio di infezione è di un caso ogni cinquemila operati, quindi parliamo di rischi molto rari rispetto ad altre infezioni che possono insorgere dopo un intervento di cardiochirurgia a cuore aperto. Noi stiamo facendo questi controlli perché essendo un evento così nuovo in Italia, legato alle attrezzature, bisogna essere più cauti possibile».

L’ospedale ha responsabilità?
«Premetto che saranno altri ad accertare eventuali responsabilità, ma in ogni caso eventi di questo tipo si sono avuti anche in luoghi e strutture di altri Paesi molto attenti al tema della prevenzione delle infezioni. Quindi il tema della sanità pubblica, al di là della responsabilità del singolo, è mettere in campo tutti gli interventi che possano essere utili per impedire che ci siano altri casi del genere».