I carabinieri davanti al comune di Bibbiano
I carabinieri davanti al comune di Bibbiano

Bibbiano (Reggio Emilia), 8 dicembre 2019 - «Papà, scusami. Ho sbagliato». In un giorno d’autunno, durante una festa di famiglia, mentre una sorella spegneva a tavola le candeline del compleanno, lei, che oggi ha vent’anni, ha gettato le braccia al collo del padre e gli ha chiesto perdono per quelle «menzogne», così le descrivono ora i giudici d’Appello, che gli aveva raccontato.

Bugie «frutto di un rifiuto della figura paterna – è scritto nella sentenza – derivante dalle limitazioni che le venivano imposte», ma per le quali lui, un 55enne di origine straniera e residente a Reggio Emilia, era finito a processo per maltrattamenti e lesioni aggravate alla figlia, allora undicenne. Secondo la ricostruzione investigativa, la ragazza aveva ricevuto nel 2012 sistematiche minacce di morte dal genitore: «Ti taglio la gola». Oltre a calci e pugni che la costringevano a ripararsi in camera. In un caso lui le avrebbe puntato contro un coltello. 

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Tutte accuse che ora si sono dissolte anche in Appello, dopo la sentenza di primo grado pronunciata nel dicembre 2017 dal giudice Luca Ramponi, che rigettò la richiesta di tre anni di condanna da parte del magistrato e ribadita anche dalla Procura generale di Bologna. Ma in questo periodo anche la vita del padre si è frantumata: mentre lui si è sempre dichiarato innocente, i servizi sociali della Val d’Enza gli hanno tolto la figlia nel 2013, affidandola a una comunità. 

Nella loro relazione al Tribunale dei minori avevano giustificato la richiesta ravvisando «violenza verbale e psicologica dei genitori, continui litigi, mancanza di accudimento materiale e affettivo». Fino a tacciare i genitori «di vedere il loro modello culturale come l’unico possibile, senza porsi in un’ottica di confronto» con la figlia.

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Da allora fino alla maggiore età, la ragazza ha rivisto i genitori solo durante qualche breve periodo di ritorno a casa e qualche incontro. «Stavo morendo di dolore. I servizi sociali hanno distrutto la mia famiglia – racconta ancora il padre al suo avvocato difensore Ernesto D’Andrea –. Io volevo bene a mia figlia, ma se lei, così giovane, mi chiedeva a mezzanotte di uscire io le dicevo di no». La figlia, attraverso il curatore speciale, aveva chiesto al padre 50mila euro di danni. Nel dibattimento era stata chiamata a testimoniare Cinzia Magnarelli, assistente sociale oggi indagata nell’inchiesta ‘Angeli e demoni’, che ha ammesso di aver falsificato alcune relazioni sui minori. 

In udienza lei aveva riferito il racconto della ragazza: «Mi ha parlato di numerose percosse», del «coltello puntato contro», oltreché del fatto che «la madre e le sorelle fossero a conoscenza degli episodi, a cui non era mai stato posto fine, e che anzi erano loro stesse vittime». Ma poi, racconta l’avvocato, è emersa un’altra verità: «La madre e le sorelle hanno smentito in aula Magnarelli e discolpato il padre». Era stata sentita anche la responsabile Federica Anghinolfi, ora ai domiciliari nella medesima inchiesta: «La personalità non serena e non del tutto sviluppata della ragazza è certificata anche dell’Ausl. Queste ferite si possono anche rimarginare se ci si lavora e se ci sono ambienti idonei».