Brenno Croci con uno dei suoi cani
Brenno Croci con uno dei suoi cani

Canossa (Reggio Emilia), 14 dicembre 2019 - «Se sono vivo lo devo a mio figlio Fabio. Dopo che il cinghiale mi aveva attaccato, ha avuto il sangue freddo di soccorrermi e caricarmi sul fuoristrada per portarmi in un campo incolto facilmente raggiungibile. Se fossi restato nel bosco sarei morto". Brenno Croci, il cacciatore 50enne di Leguigno ferito durante una battuta mercoledì a Rossena, ripensa ancora quando il cinghiale lo ha attaccato: "Mai vista una bestia così cattiva… Sono vivo anche grazie a uno dei cani, che gli è saltato sulla schiena mentre lui mi assaliva". Il pastore maremmano (valore 8mila euro) è però stato ucciso dalle zanne affilate dell’ungulato.

Altre persone a cui Fabio deve la vita sono Luca Pietranera, il suo caposquadra, e Fabio Serri, che gli ha bloccato l’emorragia alle gambe mentre l’elisoccorso e le ambulanze della Croce Rossa arrivavano da Montecchio: "Sono stati bravissimi e veloci". Croci ci tiene a specificare che il cinghiale non era ferito, contrariamente a quando si era detto in un primo momento: "Caccio da 25 anni, non farei mai una simile imprudenza. Il mio vero errore è stato rispettare la legge quando il cinghiale ha sfondato le poste: ho seguito disarmato i cani nella riserva. Bisognerebbe che noi degli Atc in occasioni simili fossimo autorizzati ad entrare armati in zone protette".

Infine Croci deplora il fatto che su Facebook alcuni ambientalisti radicali abbiano inneggiato al cinghiale che per poco non lo ha ucciso: "Noi siamo una categoria tanto odiata quanto utile: cacciamo solo 25 giorni l’anno, il resto del tempo collaboriamo per la prevenzione dei danni e la sistemazione dei campi".