PRESIDIO Un gruppo di correggesi davanti al tribunale per chiedere giustizia per i morti e malati di amianto, a destra Andrea Nanetti
PRESIDIO Un gruppo di correggesi davanti al tribunale per chiedere giustizia per i morti e malati di amianto, a destra Andrea Nanetti

Reggio Emilia, 31 marzo 2017 - UN’ALTRA mattinata di tensione palpabile, fuori e dentro il Tribunale, per il processo nei confronti di Franco Ponti, ex titolare della Cemental di Correggio imputato di omicidio colposo e lesioni gravissime dopo la morte di Luciano Nanetti, 76 anni, avvenuta per mesotelioma nel 2012, e la malattia (asbestosi) di Paolo Montanari, oggi 81enne: entrambi avevano lavorato nella grande fabbrica correggese.

Andrea Nanetti, ex consigliere Pdl a Correggio costituitosi parte civile contro l’azienda che adoperò l’amianto dal 1952 al 1989, e nela quale lavorò il padre deceduto, era come sempre attorniato di altri correggesi, gli iscritti all’Associazione Esposti Amianto alle prese negli ultimi anni con le terribili patologie legate all’inalazione della sostanza, che vogliono ora sapere la verità sulle misure di prevenzione che vennero prese nell’azienda.

In aula, il giudice Luca Ramponi è poi passato all’esame del testimone della difesa Daniele Boni, manutentore alla Cemental dal 1968 al 1975. Un ex dipendente che non dubita della relativa salubrità dell’ambiente di lavoro.

«Ricordo, di tutti quegli anni – ha detto – l’umidità che c’era perché tutto il cemento-amianto in lavorazione era bagnato». Il testimone ha escluso quindi che i dipendenti operassero in un ambiente insidiato dalle terribili polveri di amianto. «L’unica polvere di cui mi ricordo era quella di cemento, dove il materiale veniva depositato», ha detto Boni, che ha anche affermato come i macchinari acquistati da terzi per la Cemental e anche quelli assemblati all’interno fossero dotati di aspiratore.

«E nelle celle di decantazione dell’amianto – ha detto ancora il teste – questo si ammassava e non si presentava in stato polveroso». Boni ha ricordato un’azienda pulita, lontanissima da quella che l’accusa e la parte civile rappresentano in termini pericolosissimi per chi vi lavorava. «Un giorno – ha aggiunto – ci portarono latte, guanti e mascherine perché ci proteggessimo».

L’avvocato di parte civile Ernesto D’Andrea, nel controesame è riuscito poi ad accertare che Boni stesso firmò un appello a favore dell’ex titolare («lessi sui giornali cose inesatte sulla Cemental, ha riferito il teste) dopo essere stato chiamato da questi e si chiede, dopo l’udienza, se questo testimone non sia stato oggetto di condizionamenti.

La faticosa ricerca della verità passerà comunque anche dalla perizia che i professori Stefano Candura e Chen Yao dell’Università di Pavia, effettueranno su incarico del giudice Luca Ramponi. Questi ha deciso infatti di nominare il collegio peritale per stabilire l’eventuale nesso tra le condizioni di lavoro alla Cemental e le malattie dei dipendenti.

L’incarico verrà conferito in udienza il prossimo 11 maggio. Anche il pm Isabella Chiesi e la parte civile potranno a loro volta nominare propri periti.