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19 lug 2022

Cgil: "Nella Bassa crollo di iscritti per la mafia"

Processo Grimilde, il segretario generale Sesena: "Le aziende della ’Ndrangheta fanno concorrenza sleale e i lavoratori sono sotto ricatto"

19 lug 2022

di Alessandra Codeluppi

"A Brescello abbiamo registrato un crollo degli iscritti soprattutto nella filiera dell’edilizia. E abbiamo il problema di essere rappresentativi e ben visti nelle iniziative fatte in paese. C’è un calo dell’affluenza delle persone nella Camera del lavoro di Guastalla e anche nella sede di Brescello". Sono questi, secondo Cristian Sesena, segretario della Cgil reggiana, gli effetti negativi prodotti sul sindacato dall’infiltrazione della ‘ndrangheta nel comune della Bassa, dove abitavano membri della famiglia Grande Aracri ora imputati per mafia nel processo ‘Grimilde’. Parla di "lavoratori sotto ricatto e paura". E anche di problemi per le imprese: "Le aziende infiltrate fanno concorrenza sleale". Si sofferma anche sulle difficoltà di gestire licenziamenti "dovuti a dumping, senza avere un’interlocuzione".

In ‘Grimilde’ la Procura accusa di sfruttamento del lavoro alcuni imputati per la costruzione di un grosso complesso edilizio a Bruxelles. Ma problemi sono emersi anche da altre vicende. "Come Cgil abbiamo anche un danno economico: i lavoratori non si iscrivono al sindacato e noi non abbiamo mandato per tutelarli". La Cgil di Reggio si è costituita parte civile così come quella regionale, di cui ieri è stato sentito il segretario Massimo Bussandri. Parola, poi, alla guida della Cgil di Piacenza Gianluca Zilocchi e al segretario regionale della Cisl Filippo Pieri, che ha acceso il faro sul caporalato: "Si pensa che riguardi altre realtà territoriali, invece si verifica anche qui". Nonché al segretario Cisl Parma e Piacenza Michele Vaghini.

Due imputati si sono poi sottoposti a esame. Dapprima Luigi Cagossi, 70 anni, di Reggio. Ha detto di essere diventato presidente di una società su richiesta di Antonio Silipo, perché aveva bisogno di soldi, ma che era l’altro a occuparsi di tutto, e di aver percepito solo 500 euro in due mesi perché poi intervennero le forze dell’ordine. Parola, poi, a Domenico Oppido, 46enne di Cadelbosco, che deve rispondere con altri, e insieme al padre Gaetano, per la maxitruffa da 2 milioni e 248mila euro arrivati sul conto della sua azienda edile a seguito di una sentenza del tribunale di Napoli che si è rivelata un atto falso. Racconta che Giuseppe Fontana, impiegato di banca (imputato in abbreviato), si era rivolto a lui per investimenti nell’edilizia: "Nel luglio 2010 mi arrivò quel bonifico, ma io non sapevo da dove venisse. Dopo l’estate si presentarono da me quattro uomini di Napoli".

Si scalda col pm della Dda Beatrice Ronchi: "Dal 2016 ho avuto più perquisizioni io di Totò Riina...". E si difende: "Solo per il pm e il pentito Antonio Valerio sono un ‘ndranghetista. La mia azienda di famiglia lavora da 52 anni e fino al 2017 ero nella white list". Racconta di essersi "trovato a litigare con camorra e ‘ndrangheta", di suo padre "schiaffeggiato". E di aver così deciso di pagare: "Prima ho dato quattro assegni da 200mila euro a Valerio, Gaetano Blasco e Alfonso Diletto; poi altri 200mila in contanti a Diletto". Il pm obietta che lui ha denunciato però "solo Valerio per estorsione. Perché non gli altri?". Lui ribatte: "Non volevo avere a che fare con nessuno".

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