Foto d’archivio
Foto d’archivio

Reggio Emilia, 5 maggio 2015 - «NEL RACCONTARE la mia storia, che spesso ho cercato di nascondere, vorrei anche dirle che a causa di tutto ciò ho rinunciato ad avere un’altra gravidanza, per paura di fare del male al nascituro, per paura di essere obbligata a fare delle scelte sulla vita, visto com’era andata la prima. Ma in certi momenti, quando il pensiero riemerge, mi ferisce profondamente e penso alle tante persone che sono già morte e che non hanno avuto giustizia. Penso inoltre che senza un legale comprensivo non avrei potuto nemmeno fare una causa, e che grazie al cielo qualche avvocato capisce la gravità delle situazioni e ti manda la parcella solo dopo che l’iter si è concluso».

Anna (la chiameremo così, per proteggere la sua riservatezza), ha circa 50 anni. Ne aveva 30, era nel fiore degli anni, quando un anziano della casa di riposo in cui lavorava la graffiò durante uno scatto d’ira, infettandola per sempre con l’epatite B. Da allora, nonostante la sua vita sia stata distrutta e nonostante due sentenze (una del tribunale del lavoro di Reggio e una del Tar di Parma) non ha mai ricevuto alcun indennizzo da parte del ministero della Salute. Si parla di circa 700 euro al mese.

«Negli anni Novanta lavoravo come operatrice in una casa di riposo, poi in ospedale – racconta Anna, con un filo di voce –. Erano assunzioni trimestrali, precarie, per cui quando chiesi la vaccinazione, sapendo di essere a contatto con persone malate, mi dissero che sarebbe costata troppo».

Così, accadde il peggio. «Mentre lo pulivo un anziano mi aggredì e mi contagiò. Tutto denunciato, certificato fin da subito». ‘Infortunio sul lavoro’, lo definirono. E chiusa la partita. Il resto è il racconto di una vita, vissuta, nonostante.

«Ero molto giovane, mi dovevo ancora sposare. È stato allucinante. Siamo andati avanti, poi alla nascita di mio figlio c’è stata la vaccinazione d’urgenza. Nel frattempo, sono subentrate altre malattie connesse, di tipo reumatico. Poi nel 2000 ho saputo che si poteva fare la domanda di risarcimento. E l’ho fatta». Ma non arriva mai alcuna risposta.

«Abbiamo perso i documenti, mi rispondono quando chiedo spiegazioni. Allora mi rivolgo all’ospedale militare di Spezia, dove riconoscono il nesso causale fra la malattia e l’attività. Ma per avere il risarcimento devi fare causa, mi dicono. Allora mi sono rivolta a un avvocato».

La sentenza arriva nel dicembre 2013, il tribunale del Lavoro di Reggio condanna il Ministero a risarcirla. Passano i mesi, gli anni. Non arriva niente. «Mi hanno anche riconosciuto un’invalidità dell’80%, ma non ho mai ricevuto l’assegno. Ho lavorato in ospedale poi nel pubblico. Sono andata in pensione con i miei anni di contributi, ma decurtati circa del 50%. Una decisione presa da me, perché stavo molto male». La beffa è che «proprio chi dovrebbe tutelarci, il Ministero, non paga i malati», sorride amara.

Allora Anna – tramite l’avvocato Simone Lazzarini di Milano – fa ricorso al Tar di Parma e la sentenza del febbraio 2014 è pesantissima: condanna il Ministero a pagare entro 60 giorni, il prefetto di Reggio deve procedere alla nomina di un commissario ad acta, per fare i conteggi. Peccato che, di nuovo, non accada niente.

«Abbiamo scritto ovunque. Adesso la pratica pare che sia tornata a Roma per una nuova notifica. Aspettiamo... Pensare che il Tar abbia anche detto che per ogni giorno di ritardo c’era un aggravio di cento euro. E il limite massimo era il 28 aprile 2015. Capisce? Condannati due volte, nessuno si fa vivo. La cosa strana è che non interessa niente né delle sentenze né dei diritti dei malati. Lo Stato non rispetta nemmeno i suoi organismi».

Un passo indietro. La mente ripercorre quel calvario. I suoi vent’anni, vissuti nonostante. «È brutto, sa? Il problema è che ti approcci all’altra gente diversamente. Ti viene la fobia del fare del male a qualcuno. Forbicine, graffi. Le mestruazioni. Vivevo un po’ isolata, con questi miei problemi, essendo rimasta positiva. Poi fai vaccinare tutti i componenti della famiglia. Ora non contagio più, ma posso essere contagiata ancora a mia volta. Poi, a causa dell’epatite, ho avuto altre malattie autoimmuni, come l’artrite reumatoide; con un carico di medicinali pesantissimi, che dovrei prendere. Ma, in più, sono allergica a tanti farmaci. Cammino malissimo, ho avuto la vita rovinata. Sono stata castrata. A 30 anni sei nel pieno della gioventù, anche dal punto di vista sessuale. Invece questa cosa ti condiziona in tutto. La vivi come una sorta di vergogna. Già sei stato contagiato, non per colpa tua, hai lavorato onestamente tutta la vita. Ma le persone non sanno. E magari si allontanerebbero, se sapessero. Vivi sempre nel detto-non detto. Ma adesso sono molto arrabbiata, perché queste cose non devono più accadere. E vado avanti».