LARA MARIA FERRARI
Cronaca

Ferretti svela le storie ’micanormali’ del tennis

L’autore del libro: "Racconto episodi sui professionisti, ma anche di giocatori dei più scalcinati circoli di provincia"

Ferretti svela le storie ’micanormali’ del tennis

Ferretti svela le storie ’micanormali’ del tennis

Gli idoli adesso si chiamano Jannik Sinner, Tsitsipas e Alcaraz, giovanissimi, estrosi, risoluti. Andrea Ferretti ne è consapevole, e anche se il suo libro tocca l’eccellenza di questo sport, in realtà è un piccolo compendio di umane debolezze e virtù, unite nella metafora tennistica. Sposato, due figlie, laureato in ingegneria elettronica e delle telecomunicazioni a Parma e in comunicazione e marketing all’Unimore, Andrea (Reggio, 1971) partecipa alla conduzione di una piccola impresa e collabora da venticinque anni con il Teatro dell’Orsa come attore, burattinaio e autore. Sarebbe bastevole, in effetti, se non fosse che figura tra i fondatori del collettivo Imat, con cui ha partecipato alla stesura del ‘Repertorio dei matti della città di Reggio Emilia’ (a cura di Paolo Nori). Una nota, però, è fondamentale sapere e la svela nelle prossime righe. Ha appena pubblicato ‘Il tennista quantistico e altre storie micanormali del giuoco del tennis’ per Corsiero.

Andrea, l’idea del libro è nata su un campo da tennis?

"In realtà lavorando al ‘Repertorio dei matti...’ con Paolo Nori. Durante quell’esperienza mi sono accorto che poteva essere interessante raccontare la micanormalità che circonda i campi da tennis, tutti, da quelli dei professionisti ai più scalcinati dei circoli di provincia. L’idea è germogliata e l’ho coltivata per qualche anno leggendo molto sulla storia del tennis e sulle gesta dei grandi campioni, ma soprattutto girando per tornei a farmi raccontare storie micanormali dai maestri, dagli arbitri, dai miei stessi avversari".

Che tipo di giocatore ?

"Un onesto, volenteroso quarta categoria. Probabilmente mi viene meglio raccontare il tennis, che giocarlo".

Qual è il match della sua vita, alla tv o dal vivo?

"Come spettatore: finale US Open 1988, vinta dal mio idolo Mats Wilander al quinto contro Ivan Lendl, oppure la finale tutta italiana Pennetta-Vinci allo US Open 2015 (e, a proposito, come dimenticare la vittoria di Roberta Vinci in semifinale contro Serena Williams?). Come giocatore: al prestigioso Torneo degli Amici di Moena, io e mio fratello, allora ragazzi, contro tutti i pronostici, sconfiggiamo la navigata coppia Munaro-Munaro, fino ad allora imbattuta".

Le è mai capitato di dire "Ragioniere, batti lei?"

"É incredibile quanto le frasi di quei film siano rimaste nell’immaginario, è una citazione che viene ripetuta innumerevoli volte all’inizio delle partite. E spesso, anche tra sconosciuti, si ripete a memoria l’intero dialogo tra Fantozzi e Filini".

"Il tennis è una prodigiosa palestra per affrontare la complessità": cosa le ha insegnato?

"Ogni volta che colpisce una pallina il giocatore avveduto processa rapidamente una miriade di informazioni (posizione dell’avversario, posizione propria, velocità della palla, situazione nello scambio, momento della partita...), poi decide come colpire (dritto o rovescio, taglio, lungolinea o incrociato, palla corta o profonda) per ottenere il massimo vantaggio. Questo approccio alla decisione, peraltro ripetuto e continuo, è molto interessante. Poi, vabbè, magari incontri lo sprovveduto, ma col braccio buono, prendi 6-1 6-1 e tutte le tue buone decisioni vanno a farsi benedire".

Lei è e fa moltissime cose. Deve bilanciare il rigore dell’ingegnere con la creatività per stare bene?

"Si sottovaluta spesso l’importanza della creatività nelle attività scientifiche e altrettanto spesso l’importanza del rigore nelle attività artistiche. Chi lo ama è parecchio ‘micanormale’. Chi ne è ossessionato è ‘estremamente micanormale’".

Qual è la ‘micanormalità’ del tennis ?

"Torniamo al discorso della complessità: giocare una partita implica certamente un coinvolgimento fisico, tecnico e tattico, ma anche e soprattutto una partecipazione psicologica, direi una partecipazione emotiva. Proprio quest’ultimo aspetto che, non dimentichiamo, arriva in accumulazione con gli altri citati, genera le derive micanormali dei giocatori. Poi ne conseguono le derive micanormali di arbitri, spettatori, genitori, fidanzati e fidanzate. In parole povere, ogni partita di tennis può essere, se osservata con occhio attento, una fonte di storie micanormali".