Reggio Emilia, 16 aprile 2018 - Il bacio del perdono. Chiesto e concesso. Una fotografia che coi colori di oggi trasforma una pagina nera di storia con un’altra luce. Settantatré anni dopo. Meris Corghi, figlia del partigiano Giuseppe ha chiesto scusa per l’uccisione di suo padre alla famiglia di Rolando Rivi, beatificato il 5 ottobre 2013, il primo canonizzato di Papa Francesco.

Ha abbracciato tutti loro. Dalla sorella Rosanna ai cugini Alfonso e Sergio. La storia riscritta è quella del martirio fino a ieri intrisa di rancori, di silenzi e di responsabilità taciute e delle schermaglie tra fazioni politiche che rivendicano i morti, come se ci fossero una destra e una sinistra anche dopo la vita. Il giovane seminarista venne ucciso all’età di 14 anni il 13 aprile del 1945, dopo essere stato rapito da un gruppo di partigiani modenesi che lo torturano e seviziano per tre giorni. A sparare i colpi furono Giuseppe Corghi e Delciso Rioli, condannati in tutte e tre i gradi di giudizio a 23 anni per l’omicidio; ne scontarono solo 6 grazie all’amnistia Togliatti. 

Un gesto di riconciliazione unico. Emozionante. «Un miracolo», lo ha definito il vescovo di Reggio Emilia, Massimo Camisasca che ieri ha celebrato la messa per l’anniversario del martirio nell’antica pieve di San Valentino. Lo stesso alto prelato ha lanciato un appello forte al mondo politico: «Basta strumentalizzare i caduti» e ha ricordato anche altri undici sacerdoti uccisi in quegli anni di terrore anche dopo la fine della guerra, tra il ’44 e il ’46.

In quella stessa chiesa – che proprio ieri è diventata ufficialmente santuario dedicato al Beato Rolando – dove il giovane seminarista fu battezzato e dove tuttora riposa sotto l’altare in un’urna di cristallo, i due banchi in prima fila erano occupati dalle famiglie Rivi e Corghi. Mai così vicini. Meris, la figlia di Giuseppe, che oggi vive nel bolognese, tre mesi fa ha scritto una lettera indirizzata ai parenti rimasti del Beato. Esprimendo la volontà di chiedere perdono. E ha accettato l’invito a partecipare alla celebrazione.

Con grande coraggio e spirito, si è presentata al microfono e con una soave voce ha commosso centinaia di fedeli. Chiamando di fianco a sé la sorella di Rolando e la moglie del fratello Guido scomparso qualche anno fa. «Non sapevo nulla fino a poco tempo fa – ha raccontato Meris – Piano piano sono arrivata a ricostruire tutto. E dopo un profondo percorso personale che mi ha trasformata, ho sentito di fare questo gesto. La mia missione di oggi è quella di restituire le responsabilità e di rendere pace a mio padre. Chiedo umilmente perdono per lui. Vorrei che questa fosse una pietra miliare d’amore. Ripartiamo da qui e sconfiggiamo l’odio con l’unione». 

A raccogliere la stretta di mano simbolica è Alfonso, cugino di Rolando. «Accogliamo Meris come una sorella, alla sua domanda di perdono, rispondiamo di cuore con il perdono. Grazie». Piange. Le lacrime bagnano i volti di tanti che applaudono fragorosamente. E forse, anche Rosanna, la sorella di Rolando - che prima della cerimonia aveva detto di «apprezzare tanto il gesto della figlia, ma di fare fatica a perdonare il partigiano» - dopo essere stata travolta dai pensieri profondi di Meris, cancellerà ogni risentimento.