Giampiero Grevi, 84 anni, amatissimo dai tifosi della Reggiana
Giampiero Grevi, 84 anni, amatissimo dai tifosi della Reggiana

Reggio Emilia, 3 aprile 2020 - La ferocia del coronavirus riempie di lacrime anche la storia granata. Giampiero Grevi, una delle bandiere della Reggiana (289 presenze, dietro soltanto ad Athos Panciroli), si è spento ieri mattina, alle 8, a Villa Verde. Aveva 84 anni, la sua salute di ferro aveva cominciato a vacillare nell’estate scorsa. Il 14 settembre era stato ricoverato al Santa Maria Nuova, per un’infezione, mai risolta. Prima di Natale il trasferimento a Villa Verde, nel progressivo sopraggiungere di complicazioni. L’ultima, risultata fatale, il Covid-19.

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"E’ orribile che sia morto da solo – il rimpianto della moglie Grazia – ma gli avevano fatto il tampone ed era risultato positivo. Dal 20 marzo non potevo più vederlo, anch’io ero entrata in isolamento". Domani lo accompagneranno nell’ultimo viaggio, da Coviolo al cimitero di Canali, solo Grazia e la figlia, Graziamaria, che lo hanno assistito con amore in questi mesi di sofferenza. La sua vita è stata segnata da tragedie. Nell’86 aveva pianto la morte della figlia Gloria di 24 anni. Poco dopo aveva perso la moglie Armanda, a 48 anni e si era risposato con Patrizia, vinta da una malattia a 44, nel 2000. Tre anni dopo, le terze nozze, con Grazia.

Aveva sempre risposto al destino con la tempra che mostrava in campo. Fiorentino, nato il 23 gennaio 1936, fu portato alla Reggiana da Mauro Aigotti nell’estate del 1957, prelevato dalla Carrarese. Debuttò il 15 settembre, nel 2-1 interno alla Carbosarda, primo atto di un campionato che la Reggiana, allenata da Del Grosso, riuscì a vincere, festeggiando il ritorno in B dopo 6 anni. Per Grevi, difensore e libero di personalità e buona tecnica, fu lo start di un’appassionante e brillante avventura con la maglia granata, che vestì per nove stagioni, con due parentesi a Palermo (59-60, in serie A, e 60-61) e a Padova (62-63).

La carriera

In una figurina dell’album "Tempo" con Bruno Giorgi

Tra le tante soddisfazioni di un atleta che divenne presto il capitano della squadra, la trionfale promozione in B del 63-64, ottenuta con sei giornate di anticipo (Savona a -13). Fu una delle colonne dell’era Bizzotto, quando la Reggiana sfiorò a ripetizione lo storico salto in A. Nel 66-67 arrivò terza, nell’unico anno che prevedeva due promozioni, per il riassetto dei campionati. Sul finire di quella stagione, l’unica macchia di una carriera esemplare. Il 4 giugno 67, a Marassi, sul 5-0 per il Genoa (che poi vinse 8-1), perse le staffe e schiaffeggiò l’arbitro Ippolito Trilli di Matera (alla prima e unica direzione in B). "Trilli aveva una prerogativa inaccettabile – ricordò Grevi – ti arrivava a un centimetro dal naso e ti urlava addosso. Già gli avevo chiesto di usare una maggiore correttezza. Ammonì Orlando Bertini e mi tornò a urlare in faccia. Non ci vidi più e lo colpii con uno schiaffo. Poi mi tolsi la fascia da capitano e uscii dal campo. Quell’episodio mi mortificò. Nella mia carriera, in precedenza, avevo subito soltanto due giornate di squalifica per somma di ammonizioni".

Si scusò con Trilli, negli spogliatoi, ma fu squalificato a vita. Sospensione poi ridotta a tre anni, con due condonati per la vittoria dell’Italia negli Europei del 68. Tornò così in campo per le ultime due stagioni, con la A ancora sfiorata nel 69 e la retrocessione dell’anno successivo. Le sue 289 partite (282 in campionato e 7 in Coppa Italia) lo vedono secondo nella graduatoria delle presenze (Athos Panciroli è al top, con 310).

Ma il suo amore per la Reggiana era talmente grande che si sentiva il recordman. Nel 70 chiuse la carriera e diventò direttore sportivo della Reggiana. Affiancando Giovanni Campari in panchina nel finale della stagione 73-74, con la salvezza di Arezzo, all’ultima giornata. Sette stagioni da diesse, nel 77 andò al Modena. Poi Livorno, Prato, Brescia, ancora Modena, Bologna e nel 92 al Parma come osservatore per il mercato estero.

Reggiano d’adozione, la sua ultima esperienza fu ancora alla Reggiana, nella fallimentare era Foglia. La sua grandezza è illustrata anche dai murales del Mirabello: tra gli 11 eroi granata immortalati dalla mano di Fabio Valentini (Neko) non poteva proprio mancare.