di Daniele Petrone "I medici dicono che sono passato da un buco stretto... Anche per questo, ho riscoperto la Fede quando ho avuto il Covid. Andrò in pellegrinaggio ad Assisi e in devozione a San Francesco indosso sempre i sandali, anche con la fascia tricolore. Durante la malattia ho scritto al Papa. Mi ha risposto e conservo la lettera come una reliquia...". A un anno dall’inizio della pandemia che ha sconvolto il mondo intero, Enrico Bini, 65 anni, primo cittadino di Castelnovo Monti, racconta la sua toccante esperienza, lui che è stato il primo sindaco della provincia ad essere contagiato dal Coronavirus. Una nuova vita. Bini, cosa ricorda di quel giorno? "Tutto. Era il 21 marzo, ma la primavera è un’altra cosa... Mi sono alzato con un po’ di malessere, sono andato a lavorare pensando fosse cosa da poco. Poi mi sono sentito male, sono andato in ospedale dove mi hanno fatto subito tampone e raggi: lieve polmonite. Mi sono isolato cinque giorni a casa, poi è arrivata la febbre...

di Daniele Petrone

"I medici dicono che sono passato da un buco stretto... Anche per questo, ho riscoperto la Fede quando ho avuto il Covid. Andrò in pellegrinaggio ad Assisi e in devozione a San Francesco indosso sempre i sandali, anche con la fascia tricolore. Durante la malattia ho scritto al Papa. Mi ha risposto e conservo la lettera come una reliquia...".

A un anno dall’inizio della pandemia che ha sconvolto il mondo intero, Enrico Bini, 65 anni, primo cittadino di Castelnovo Monti, racconta la sua toccante esperienza, lui che è stato il primo sindaco della provincia ad essere contagiato dal Coronavirus. Una nuova vita.

Bini, cosa ricorda di quel giorno?

"Tutto. Era il 21 marzo, ma la primavera è un’altra cosa... Mi sono alzato con un po’ di malessere, sono andato a lavorare pensando fosse cosa da poco. Poi mi sono sentito male, sono andato in ospedale dove mi hanno fatto subito tampone e raggi: lieve polmonite. Mi sono isolato cinque giorni a casa, poi è arrivata la febbre alta. Faticavo a connettere...".

E poi è arrivato il referto: positivo al Coronavirus.

"Mi hanno ricoverato per 14 giorni. Ho avuto paura perché avevo qualcosa che non si conosceva. È stato un periodo complicato, ma devo dire grazie in primis al personale sanitario, dai medici agli infermieri fino alla donna delle pulizie che ogni mattina sorridente mi chiedeva come stavo. E poi Mauro, il mio compagno di stanza, che ho conosciuto lì. Ci siamo sostenuti a vicenda".

Vi sentite ancora?

"Certo. Siamo diventati amici e prima di Natale abbiamo pranzato assieme".

E la sua gente?

"Sono stati fondamentali, mi hanno inondato di messaggi di supporto e ancora oggi mi fermano per la strada, interessati alle mie condizioni. Senza di loro i 47 giorni di isolamento non sarebbero mai passati".

A livello fisico come sta?

"Non ho ripercussioni. Quest’estate sono andato a piedi fino a San Pellegrino in Alpe, 6-7 ore di cammino dal rifugio Segheria. E poi ho un ‘fioretto’ da compiere appena sarà possibile...".

Ossìa?

"Durante la malattia mi sono detto: se ci salto fuori, vado ad Assisi in pellegrinaggio. Da allora indosso i sandali come devozione a San Francesco. Non li ho più tolti".

Ha riscoperto la Fede.

"Sono stato fortunato. A differenza di tanti, come Giovanni e Sergio, due miei cari amici che sono morti e che porterò sempre con me. Vedo la vita con occhi diversi ora. Il Covid indebolisce psicologicamente: mi commuovo più facilmente. Prima ero credente, ma non praticante. Vado spesso alla Madonna della Pietra, sotto l’eremo, ad accendere un cero. E una mattina ho scritto a Papa Francesco...". Le ha risposto?

"Dopo qualche mese incredibilmente sì. Ricordo la mattina che gli ho scritto, ero nella mia quarantena all’hotel Bismantova a Castelnovo dove ho trascorso 27 giorni.

In tv il Papa stava parlando proprio dei sindaci, invitandoli a restare vicini alla propria gente. Ho scritto di getto la lettera, raccontandogli la mia esperienza. Che emozione la sua risposta, ma il contenuto lo tengo per me".

Ha mai pensato di dimettersi da sindaco?

"Mai. Anzi. Il lavoro mi ha dato forza. Facevo le videocall direttamente dal letto d’ospedale, una volta pure col ministro Provenzano. Ho avuto momenti difficili. Vedevo mia moglie solo dalla finestra. Una notte ho avuto un attacco di claustrofobia, volevo scappare. Ma poi ho sentito un senso di responsabilità. Tant’è che dalla camera se vedevo assembramenti, chiamavo i vigili o i carabinieri...".

Tanti suoi concittadini l’hanno spesso accusata di essere troppo rigido nelle restrizioni. La infastidisce visto ciò che ha passato sulla sua pelle?

"No, li capisco. Siamo tutti esausti. Ma sta nel mio ruolo. Quando ci sono state le riaperture ho passato i sabati con le forze dell’ordine a parlare con la gente, coi giovani specialmente, per sensibilizzarli anche durante il ricovero, pubblicando le foto mentre ero attaccato all’ossigeno. Ho avuto più vicinanza che critiche comunque. Vi dirò, ero il primo a sottovalutare il virus e pensavo che in qualche mese si sarebbe superata la pandemia. Invece è passato un anno... Siamo tutti stanchi, essere rinchiusi in casa è allucinante. Ma dobbiamo tenere botta, mantenendo e alimentando umanità e solidarietà, valori che abbiamo riscoperto".

Dal lato amministrativo com’è stata gestita la pandemia e cosa occorre?

"Per me è stata gestita al meglio. Sono un sostenitore di Conte, ha fatto il possibile. La riapertura in estate non è stata una grande operazione, ma lo assolvo. Non è facile trovare le ricette giuste quando tutto muta in poche ore.

Ora però è giusto avere un Governo di unità nazionale affinché ognuno faccia il suo pezzettino senza guardare all’appartenenza politica. Servono ristori per commercio e imprese. E azioni mirate dei Comuni, come abbiamo fatto noi abbattendo per il 50% la Tari per le attività. È una goccia nell’oceano, ma conta. A volte noi piccoli enti siamo lasciati troppo soli. La priorità ora però dev’essere aumentare i vaccini, altrimenti restiamo bloccati...".