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21 apr 2022

Il maxiprocesso Aemilia arriva in Cassazione

Davanti alla Corte 87 imputati, 31 dei quali sono accusati di associazione mafiosa. Tutto iniziò con la retata del 28 gennaio 2015

21 apr 2022
Il boss della ’ndrina Grande Aracri, Nicolino, già condannato all’ergastolo per in altri processi
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di Alessandra Codeluppi

Siamo all’ultimo atto, quello in cui la giustizia pronuncerà l’ultima parola, sette anni dopo la grande retata di arresti fatta dai carabinieri all’alba del 28 gennaio 2015. Oggi approda in Cassazione il maxiprocesso di ‘ndrangheta ‘Aemilia’, il primo nel Nord Italia e il terzo nel Paese per numero di imputati. Il filone che sfila in terzo grado scaturisce dal dibattimento celebrato nell’aula bunker che fu allestita nel tribunale reggiano. Al centro dell’indagine l’azione della consorteria mafiosa legata alla famiglia Grande Aracri. Qui si susseguirono 195 udienze per 148 imputati, davanti alla Corte presieduta dal giudice Francesco Maria Caruso, a latere Cristina Beretti e Andrea Rat. A rappresentare l’accusa, i pm della Dda Marco Mescolini e Beatrice Ronchi, che discussero tutte le posizioni insieme a un centinaio di avvocati difensori e una trentina di legali di parte civile.

I giudici uscirono dalla camera di consiglio solo dopo quindici giorni, con un verdetto di 1.223 anni di condanna. Il giudice Rat impiegò i successivi otto mesi per scrivere 3.400 pagine che racchiudevano le motivazioni. In secondo grado, di fronte al Collegio presieduto da Alberto Pederiali, a latere Maurizio Passarini e Giuditta Silvestrini, sono poi comparse 119 persone: a Bologna la Procura generale era stata rappresentata da Lucia Musti, Luciana Cicerchia e Valter Giovannini, insieme a Ronchi come applicata. Il 17 dicembre 2020 il collegio decise 700 anni di condanne, oltre a 26 assoluzioni e due non doversi procedere.

Oggi davanti alla Corte suprema sfilano 87 imputati, dopo l’impugnazione dell’Appello: 31 di loro sono accusati di associazione mafiosa. Rispetto al secondo grado, è diventata definitiva la sentenza a 9 anni e 2 mesi a carico di Salvatore Muto, collaboratore di giustizia che ha deciso di non impugnare (a differenza di un altro pentito, Antonio Valerio). Niente ricorso neppure per Luigi Cagossi (1952), di Reggio, 3 anni di pena. E neppure per Stefano Laera (1986), di Viadana (Mn), 6 mesi. Tutte le assoluzioni in Appello sono diventate definitive, tranne una approdata alla Cassazione, quella di Debora Croci (1987), di Reggio: in primo grado era stata condannata a 4 anni, in secondo la Procura aveva chiesto la conferma.

L’ex calciatore della Juve Vincenzo Iaquinta aveva visto riconosciuta in Appello la pena sospesa per i 2 anni in primo grado per la detenzione di armi del padre: per lui la partita è chiusa, a differenza del genitore Giuseppe Iaquinta, che ha impugnato la condanna per mafia a 13 anni. Tra gli imputati che chiedono di rivedere la sentenza spiccano Gaetano Blasco (1962), di Reggio, condannato a 22 anni e 11 mesi. Poi Michele Bolognino (1967), residente a Gattatico, 21 anni e 3 mesi. Poi i 17 anni e 4 mesi per Palmo Vertinelli (1961) e un anno di meno per il fratello Giuseppe (1962), di Montecchio. In Cassazione sfilano pure due ‘fantasmi’: Karima Baachaoui (17 anni e 7 mesi, rito ordinario) e il fratello Moncef Baachauoi (12 anni e mezzo), tuttora latitanti. Oltre a diversi imprenditori, accusati a vario titolo: da Augusto Bianchini di San Felice (Mo) ai reggiani Mirco Salsi e Giuliano Debbi. Ed esponenti delle forze dell’ordine.

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