CHIARA GABRIELLI
Cronaca

Strage del 7 luglio, il sindaco onora i cinque martiri: "Questa è la nostra identità"

Massari replica anche a Eboli: "Discontinuità sulla memoria? Manca ancora la verità sul perché e il come. Questo non impedisce di provare pietà per gli altri rimasti vittime di violenza". Cuperlo ospite d’onore.

La cerimonia al parco del Popolo ieri mattina per il 64esimo anniversario dalla strage del 7 luglio 1960

La cerimonia al parco del Popolo ieri mattina per il 64esimo anniversario dalla strage del 7 luglio 1960

Reggio Emilia, 8 luglio 2024 – "Rispetto alle recenti dichiarazioni di un esponente politico reggiano che richiede discontinuità nella memoria di quei tragici fatti vorrei ricordare che il centro di documentazione e ricerca storica a cui fa riferimento vorrebbe acquisire dei materiali anche per approfondire perché e come sono state mobilitate le forze dell’ordine tra il 4 e il 7 luglio 1960 e con quali ordini, perché, ricordiamolo, ci fu un totale velo di silenzio da parte delle autorità. E ricordiamo che a fronte di 5 morti e 21 feriti nel processo furono inquisiti 61 manifestanti e solo due poliziotti".

Sono le parole di Marco Massari, che risponde così a Marco Eboli, figlio di un poliziotto che nei giorni successivi perse la vista durante un pestaggio, dal palco della commemorazione dei martiti del 7 luglio 1960. Eboli pochi giorni fa lanciato un appello al sindaco: "Serve una visione pluralista" su quella strage e la richiesta di "non ripetere la versione falsa di una polizia assassina e di ricordare i drammi che diversi di loro subirono anche dopo quei tragici fatti".

Sessantaquattro anni fa, in quella piazza, furono uccisi cinque operai durante lo sciopero contro la formazione del governo Tambroni con i voti dell’Msi: persero la vita Ovidio Franchi, Lauro Farioli, Emilio Reverberi, Marino Serri e Afro Tondelli. Dei totem li ricordano, ieri sono stati deposti dei fiori. "Quel giorno le forze dell’ordine di allora spararono più di 500 colpi in questa piazza", ricorda il sindaco.

Ma poi in un post Massari aggiunge: ""La nostra convinta consapevolezza della responsabilità delle istituzioni di allora e dell’ingiustificato uso della forza non ci impedisce di provare umana pietà anche nei confronti di coloro che a seguito di quel clima politico sono rimasti vittime a loro volta di episodi di violenza". "È una memoria – sottolinea il sindaco – che la nostra città ha coltivato negli anni, coi suoi simboli e i suoi riti civili. Il monumento ai caduti, le cinque pietre d’inciampo posate nei punti dove caddero, i cinque rigogliosi alberi che da 15 anni adornano la piazza a cui abbiamo voluto dare il nome di piazza Martiri del 7 luglio. È una memoria pubblica e anche collettiva, io stesso ho partecipato più volte a queste celebrazioni come figlio di un partigiano, anche lui presente in piazza il 7 luglio 1960. Il 7 luglio è identità di Reggio Emilia. Il nome della città è indissolubilmente legato a quello dei martiri del 7 luglio, come è legato al Primo Tricolore e al nome dei fratelli Cervi".

E cita Johnny Rovacchi, uno dei giovani in piazza quel giorno: "’Perché avremmo dovuto scappare? Non avevamo fatto nulla di male. Non potevamo abbandonare la piazza, perché la piazza era nostra’. Il governo di centrodestra, questo governo si accinge ad alzare in misura sproporzionata le pene per chi manifesta, un’idea ottusa e antica dello Stato che punisce il conflitto sociale. Ma il conflitto è il sale della democrazia. Quei fatti ci dicono che dobbiamo difendere e realizzare la nostra Costituzione, proprio adesso che gli eredi di quelli che dovevano fare il congresso a Genova (nel ’60) provano a svuotarla di senso e di futuro". Elena Carletti, vicepresidente della Provincia, parla di "dovere della memoria" ma anche di "bisogno e il desiderio di memoria per affrontare questo tempo complesso con tantissimi aspetti inquietanti" come "i rigurgiti neofascisti".

Silvano Franchi, fratello di Ovidio, spera "che non sia stato vano il sacrificio di questi cinque martiri. Vivo per questo. Viviamo per questo. Poche verità sono emerse in questi anni, i fascisti sono al governo. Ma sappiate che la voglia di lottare esiste e i fascisti saranno sempre sconfitti a Reggio, città antifascista". Chiede come mai la chiesa di San Francesco non aprì il portone quel giorno. "Aspettiamo una risposta da 64 anni". E chiede di punire i responsabili di quel massacro, "dal Ministero dell’Interno in giù. Questi morti aspettano giustizia".

Ospite d’eccezione l’onorevole Gianni Cuperlo, che ha strappato molti applausi con il suo discorso, descrivendo come fosse una fotografia l’Italia di quell’epoca: erano tempi di cambiamenti, Gino Paoli cantava la sua Gatta mentre sulle spiagge risuonava Pinne, fucili ed occhiali o il twist di Saint Tropez, nei cinema si proiettava la Dolce Vita di Fellini e si rideva con amarezza con Tutti a casa di Alberto Sordi. Alberto Moravia pubblicava La Noia. La crisi tra Stati Uniti e Cuba.

"Tutto questo, in una manciata di mesi. Era nato l’esecutivo presieduto da Tambroni con il voto di 300 deputati: democristiani, monarchici e missini. Era la prima volta che un governo nasceva col sostegno determinante della forze eredi del fascismo. E si arriva a quel 7 luglio. Quei cinque operai a casa non sono più tornati. Il più giovane, Ovidio, aveva 19 anni. La classe operaia è stata una coscienza civile che al bisogno è sempre uscita di casa e ha difeso le istituzioni, la democrazia, la libertà".