La maratona oratoria: "Troppi suicidi in carcere. Cambiare il sistema"

Oltre tre ore di interventi di avvocati, magistrati, operatori del penitenziario e volontari in piazza Prampolini per sensibilizzare sulla condizione dei detenuti.

La maratona oratoria: "Troppi suicidi in carcere. Cambiare il sistema"

La maratona oratoria: "Troppi suicidi in carcere. Cambiare il sistema"

di Alessandra Codeluppi

"Eravamo a 53 suicidi di detenuti nelle carceri italiane, stamattina (ieri, ndr) ho dovuto aggiornare il cartello: siamo a 54 dall’inizio dell’anno. Non è accettabile: è una strage di Stato". In piazza Prampolini, ieri mattina si sono susseguiti gli interventi della ‘Maratona oratoria’ organizzata dalla Camera penale reggiana, presieduta dall’avvocato Luigi Scarcella, per sensibilizzare sui problemi che affliggono i penitenziari. Partendo da ottiche diverse, per oltre tre ore legali, magistrati, operatori del carcere e volontari, e anche i nuovi amministratori del Comune, hanno portato un contributo di esperienze, critiche e proposte. Sovraffollamento, Scarcella, affiancato nella conduzione dall’avvocato Cecilia Soliani, ha invocato la necessità di diffondere maggiore consapevolezza attraverso "pubblicità-progresso" e l’istituzione di una ‘Giornata del carcere’ "in cui i cittadini possano entrare nei penitenziari, prendere contezza del degrado, soprattutto percepire odori e rumori", ma anche conoscere ciò che i detenuti sanno produrre, "se messi nelle condizioni", ovvero "teatro, manufatti, fotografia, un concerto...". E propone: "L’esecuzione della pena dev’essere altro: pene sostituive e alternative, affidamento in prova ai servizi sociali, riabilitazione in comunità, domiciliari e altro. I dati - rimarca Scarcella - sono inconfutabili: così si abbatte il pericolo di recidiva e si restituisce alla società un soggetto migliore e meno incline al delitto". Nel pubblico c’è Tonino D’Angelo, padre di un detenuto all’ex Opg, membro del direttivo dell’associazione ‘Sostegno e zucchero’: "Come genitore – ci dice – constato l’abbandono dello Stato che incide su chi sta in carcere e chi vi opera". Parola, poi, al sindaco Marco Massari, che ha sollevato una questione che fa periodicamente discutere: "È vero, i ragazzini fanno uso di stupefacenti e spesso li spacciano: vogliamo allora affrontare il tema della depenalizzazione delle droghe leggere, com’è stato fatto in Germania? E del disagio giovanile, sociale e psichico? La risposta non può essere solo la galera, anche per ragazzini di 14 anni se c’è pericolo che fuggano". Interverrà poi anche l’assessore alle Politiche educative e diritti umani Marwa Mahmoud. È stata la volta del presidente del tribunale Cristina Beretti che ha parlato dell’importanza del reinserimento e delle misure alternative: "’Buttare la chiave’ vuol dire invocare una vendetta pubblica e vedere una persona soffrire sino alla fine. Il carcere non dev’essere una discarica sociale". Il procuratore capo Calogero Gaetano Paci ha parlato della consapevolezza dei magistrati inquirenti del fatto che l’esecuzione penale è un momento delicato, che richiede diversi attori e competenze: "Ma in carcere, anche nelle migliori condizioni come in questa regione, mancano queste risorse. Il personale della custodia è insufficiente e non adeguatamente formato per compiti rieducativi. Manca spesso l’assistenza psicopedagogica". Parola poi agli avvocati Giovanni Tarquini e Nicola Tria. Infine è intervenuto Francesco Campobasso del Sappe, sindacato della polizia penitenziaria, presente con Michele Malorni, spiegando i problemi di chi deve sorvegliare. In comune coi detenuti c’è la disperazione. Ha ricordato che nel turno 16/24 "un solo poliziotto deve vigilare su 60-70 detenuti: che osservazione e sicurezza può fare?". E con un implicito riferimento a vicende controverse, come quella della presunta tortura a un detenuto a Reggio, ha detto: "La polizia penitenziaria prende le distanze anche da chi eventualmente tra noi usa metodi distorti: siamo un corpo, soffriamo in silenzio". Parla anche il medico del carcere da trent’anni, Stella Capitani: "Il carcere è un sistema: se non funziona non si va da nessuna parte".