"La prigione risponde a una giustizia retributiva"

Il cappellano Don Daniele Simonazzi denuncia le condizioni carcerarie e chiede giustizia riparativa per i detenuti. Volontari e associazioni si impegnano per migliorare la vita di chi è dietro le sbarre.

"La prigione risponde a una giustizia retributiva"

"La prigione risponde a una giustizia retributiva"

Don Daniele Simonazzi, cappellano dell’ex Opg (nella foto), chiede di fare 30 secondi di silenzio "per chi è morto". Poi presta la sua voce agli uomini che incontra dietro le sbarre. Legge la lettera di M., che qui pubblichiamo. Fa domande collettive e sferzanti: "Se noi fossimo al loro posto, vorremmo essere trattati così?". Loro definiscono il carcere "come un inferno in cui si è privati della vita". Possono usufruire "di 4,8 metri quadrati, perché vanno tolti i letti a castello. Ma una legge europea a parità di volume assicura più spazio alle galline ovaiole". La soluzione, dice polemicamente, potrebbero essere "nuove deportazioni, dovremo aprire binari 21 in molte stazioni perché adesso i detenuti saranno deportati in Albania ed è disastroso". Descrive il penitenziario come "dove si fatica a volere bene, anche se c’è una chiesa che vive la condizione del carcere: il vescovo lo ha capito benissimo e ci ha fatto visita una volta al mese". Dice che il carcere "risponde a una giustizia retributiva: noi aggiungiamo male al male". Che "l’autorità giudiziaria esclude la vittima, se si vive il processo come identificazione tra il reato e chi lo ha commesso". Chiede che sia messa in campo "la giustizia che ripara": "Non si è investito abbastanza, la legge Cartabia è stata disattesa". Parla dei nuovi agenti penitenziaria, "più giovani e preparati, a contatto fino a 8 ore con chi soffre di disagio mentale". Pone quesiti in toni forti, che vanno al dunque delle condizioni: "Io userei – domanda retoricamente – il loro cesso?". È stata letta una lettera di Massimo Castagna, per 35 anni educatore nelle carceri: ha invocato che i meno pericolosi siano accolti in strutture "più simili a una comunità terapeutica, con personale educativo e sanitario, insegnanti, formatori e artisti, nessun limite ai contatti con le famiglie".

Sfila anche l’impegno dei volontari: Cecilia Di Donato per MaMimò, che fa teatro coi detenuti e una sperimentazione, ‘Pre-text’, condotta da Sara Oboldi; Monica Franzoni (Uisp), che propone 20 ore di attività motoria nei reparti; Manuela Rapetti (sportello detenuti Dimora d’Abramo) che crea progetti per chi entra e chi esce. Poi Silvia Dell’Amico di Telefono Azzurro, che ha allestito una ludoteca e organizza feste per detenuti e parenti: negli ultimi mesi 142 famiglie e 215 minori hanno usufruito dello spazio giochi. Fabio Salati, presidente del centro ‘Papa Giovanni XXIII’, ricorda Stefano Dal Corso e la sua morte controversa in cella a Oristano: "Lui fu anche ospitato a Reggio alla Papa Giovanni nel 2012 per due anni, in detenzione alternativa. Fece un percorso positivo nonostante le sue fragilità".

al. cod.