“Ora però vi dico tutta la verità“. Ha sedici anni il ‘super testimone’ della procura di Reggio che sta indagando sull’ipotesi di omicidio premeditato, della giovane 18enne di origine pachistana, Saman Abbas. Si tratta del fratello della ragazza, uccisa (gli elementi in mano alla procura avvalorano, purtroppo, questa ipotesi) e sepolta nei campi attorno alla casa della famiglia Abbas. Una prova del ’peso’ testimoniale del giovane? Il fatto che la reggente della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Reggio, Isabella Chiesi, non risponda alle domande riguardanti lui, il ragazzino sedicenne: “Non parlo di minori. Soprattutto per garantirne e tutelarne la riservatezza“. Così come non dice né...

“Ora però vi dico tutta la verità“. Ha sedici anni il ‘super testimone’ della procura di Reggio che sta indagando sull’ipotesi di omicidio premeditato, della giovane 18enne di origine pachistana, Saman Abbas. Si tratta del fratello della ragazza, uccisa (gli elementi in mano alla procura avvalorano, purtroppo, questa ipotesi) e sepolta nei campi attorno alla casa della famiglia Abbas.

Una prova del ’peso’ testimoniale del giovane? Il fatto che la reggente della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Reggio, Isabella Chiesi, non risponda alle domande riguardanti lui, il ragazzino sedicenne: “Non parlo di minori. Soprattutto per garantirne e tutelarne la riservatezza“. Così come non dice né ‘sì’, né ‘no’, al fatto che risulti effettivamente sotto protezione. Troppo delicata, per molteplici motivi, la sua figura. Eppure dalle carte dell’inchiesta, trapela come il fratellino riveli particolari decisivi agli inquirenti, puntando il mirino dell’attività investigativa dritto sullo zio Danish (foto): “Mio zio ha ucciso Saman“. Cinque parole che sembrano non lasciare adito a dubbi, così come viene spiegato bene, dopo, il perché risulti sotto protezione: “Io ho paura di lui, perché lui mi ha detto che se avessi rivelato ai carabinieri quanto successo, mi avrebbe ucciso“. L’idea del fratello di Saman è estrema, sotto certi aspetti: “Ho pensato anche di uccidere mio zio Danish, mentre dormiva, visto che aveva ucciso mia sorella, ma poi ho pensato che ci avrebbero pensato i carabinieri e che se lo avessi fatto io, sarei finito in prigione“.

Il racconto di come sono andate le cose nella notte tra il 30 aprile e il 1 maggio è di una lucidità disarmante: “E’ arrivato da dietro, perché lui sapeva delle telecamere, passando tra le serre. Ho udito che diceva ai miei genitori ’Ora andate a casa. Ora ci penso io’. I miei genitori sono tornati a casa e poi mio padre è tornato fuori a vedere“.

Il fratellino è lì in cucina, e assiste a tutta la scena: “Ho visto mio padre che è tornato in casa con lo zaino che aveva di Saman, quello di color avorio che mia sorella aveva sulle spalle quando è uscita. Lo zio Danish ha dato a mio papà lo zaino, dicendo di andare e di portarlo a casa e di nasconderlo, senza farlo vedere alle telecamere. Poi mio padre, quando è tornato a casa, si è sentito male e ha iniziato a piangere, stava quasi per svenire, per mia sorella“. Se il papà avesse rivelato tutto ai carabinieri: “mio zio avrebbe ucciso anche il padre e tutta la nostra famiglia”.

Alla domanda se ‘zio Danish’ fosse in grado di fare del male anche a suo fratello, la risposta è tremendamente diretta: “Si, perché lui non ha il cervello per pensare a ciò che fa”.

Altro punto nodale: come è stata uccisa Saman? “A me non l’ha detto, nemmeno quando è tornato a casa. Se l’avesse detto, mio papà si sarebbe ucciso. Secondo me l’ha uccisa strangolandola, perché quando è venuto in casa non aveva nulla in mano”.

E poi l’immagine, del parente che piange ma che non perde occasione di minacciare: “Zio Danish ha pianto molto e diceva a me di non piangere. Minacciava me di non dire nulla ai carabinieri. Con conseguenza, la mia uccisione”.

In un quadro, come detto, accusatorio che appare estremamente chiaro e fattualmente sostenuto da molti elementi probatori, manca la risposta al quesito principale: dov’è il corpo di Saman? Domanda a cui nemmeno il fratellino della vittima è in grado di rispondere: “Gliel’ho chiesto (dove l’aveva portata), in quanto volevo abbracciarla un’ultima volta. Lui (‘zio Danish’), mi ha detto di non potermelo dire”.

ni.bo.