Il pentito Antonio Valerio, di spalle, affiancato dal suo legale del foro di Firenze, Alessandro Falciani
Il pentito Antonio Valerio, di spalle, affiancato dal suo legale del foro di Firenze, Alessandro Falciani

Reggio Emilia, 17 ottobre 2017 – Una tigre che, anche se ferita in profondita’ dal processo Aemilia, è tutt’altro che morta. Sarebbe in sostanza questa la situazione attuale della ‘ndrangheta a Reggio Emilia, secondo il pentito Antonio Valerio. Nell’udienza del processo in rito ordinario che si è svolta stamattina nel tribunale reggiano, Valerio ha rivelato i nomi di alcuni imputati che, a piede libero, «ancora oggi hanno grandi di disponibilità di denaro» e intrattengono «rapporti» con quelli detenuti. Che a loro volta «ricevono il consuntivo di quello che avviene fuori». Le risorse sarebbero usate anche da chi è ristretto per comprare o riscattare immobili pignorati e, in un caso, sono state utilizzate perfino per le stesse spese processuali di Aemilia.

Posto che le dichiarazioni di Valerio saranno passate al setaccio dagli inquirenti, coloro che continuerebbero a reggere lo stendardo della cosca sarebbero oggi Antonio Crivaro, Carmine Sarcone, Giuliano Floro Vito e Luigi Muto. Di quest’ultimo Valerio parla come «dell’allievo che ha superato il maestro» e racconta: «Quando arrivo’ in Emilia non aveva nulla: suo padre, che giu’ faceva estorsioni, aveva perso tutto in un crac. Qui girava con le Peugeot taroccate e senza assicurazione». Luigi Muto, classe 1975, era però «giovane e sveglio, si rivolse a me che facevo l’agente assicurativo e iniziò con le truffe assicurative, poi con l’usura, e fino al 1997-98, non ha mai avuto nessun problema legale». Un altro componente della famiglia Muto, Antonio (classe 1955), cugino di Luigi, viene invece indicato come una sorta di addetto «alle pubbliche relazioni».

Fu di Antonio Muto, ad esempio l’idea dei voti «per portare in cielo Giuseppe Pagliani», come la proposta al Comune di Reggio di acquistare l’inveduto degli imprenditori edili cutresi e destinarlo a case popolari. Su questo il pentito spiega: «Tutti quanti, me compreso avevano appartamenti invenduti e pertanto era un pensiero di tutti portare un politico, ma in realta’ non era solo questo che era un fattore principlamente imprenditoriale. Si trattava di costruire per il futuro una struttura, un contenitore di voti che tu puoi spostare dove vuoi perche’ una volta che hai aiutato queste persone in un momento di difficolta’, adesso la loro fedeltà è totale». Con questo obiettivo «si facevano questi convegni, queste cene» e, oltre a quella famosa del 2012 agli Antichi Sapori, «se ne fece una anche con Tiziano Motti« quello che «tappezzava di manifesti pure le pattumiere».

Valerio ribadisce peroò che dietro l’aiuto agli imprenditori, c’era una strategia parallela: «I due strateghi erano Gianluigi Sarcone e Alfonso Diletto, era tutto in funzione di una logica di pulirisi a livello giuridico, sociale e di immagine». L’avvio di questa strategia coincide per il pentito con il periodo della crisi: «Prima era un mondo frenetico in cui tutti avevano da fare. Tutto a un tratto ci si e’ trovati bloccati. Poi anche Equitalia si era messa a fare pignoramenti e quindi si cercava una soluzione politica o quanto meno istituzionale per poter gestire o arginare tutto. Da quel momento, dal 2008 al 2011, iniziano alcune logiche da seguire».

Nel resoconto di Valerio entrano poi anche i rapporti con le Forze dell’ordine e i professionisti contabili. Al centro del primo tema il carabiniere Mario Cannizzo e soprattutto Domenico Mesiano, poliziotto autista dell’ex questore di Reggio e gia’ condannato in abbreviato. «Era un poliziotto a disposizione del gruppo per la strategia e lo sviluppo, era utile a tutto», spiega il pentito di Mesiano. «Sua moglie e’ calbrese e mi disse che era anche disponibile a incontrare Nicolino Grande Aracri». Quanto ai commercialisti citati, uno su tutti è quello di Alessandro Palermo, imputato, e consulente dell’associazione dei costruttori cutresi Aier.