Mattia Dall’Aglio aveva 24 anni
Mattia Dall’Aglio aveva 24 anni

Reggio Emilia, 20 settembre 2020 - Era il pomeriggio del sette agosto di tre anni fa quando, all’interno della palestra dei vigili del fuoco di strada Formigina, veniva trovato il corpo senza vita del nuotatore Mattia Dall’Aglio, 24 anni.

Dopo tre anni, il giudice Barbara Malvasi ha accolto la richiesta di archiviazione presentata dal pm Katia Marino "perchè il fatto non sussiste". Una decisione che avrebbe sicuramente restituito la serenità ad uno degli indagati, ovvero Luciano Landi, legato a Mattia e scomparso prima di conoscere l’esito dell’indagine. Il direttore sportivo dell’associazione Amici del Nuoto, che si era occupato della preparazione atletica del ragazzo, fino a che Mattia non aveva interrotto l’agonismo, è morto infatti lo scorso 26 agosto.

Insieme a Landi era indagato anche il presidente dell’associazione sportiva, Mirco Merighi mentre, nei mesi scorsi è stato iscritto nel registro degli indagati con l’ipotesi di reato di omicidio colposo un medico reggiano, avendo rilasciato per ultimo il nullaosta al giovane per svolgere attività sportive. L’archiviazione del caso è legata alla conclusione a cui sono giunti i periti della procura: non c’è una adeguata prova dell’esistenza di un nesso causale idoneo a dimostrare come la morte del ragazzo sia stata effettiva conseguenza di un allenamento intenso.

Due erano i quesiti cui i periti dovevano rispondere: Mattia è morto a causa dell’allenamento intenso? Un intervento immediato avrebbe potuto salvarlo? Era infatti emerso come a Mattia fosse stato concesso di allenarsi pur senza presentare il rinnovo del certificato di idoneità fisica, ma la diagnosi aveva comunque dimostrato come il ragazzo fosse affetto da una patologia genetica di difficile diagnosi.

Secondo gli esperti del centro di Padova specializzato in morti cardiache improvvise di giovani atleti, Mattia è stato colto da morte cardiaca improvvisa legata ad una cardiomiopatia aritmogena biventricolare; patologia preesistente e genetica di complesso accertamento. Un’intensa attività fisica – spiega l’esperta nelle conclusioni della perizia – aggrava ed accelera la patologia.

"Non è possibile affermare che Mattia è morto a seguito di uno sforzo fisico che ha accelerato l’aritmia; così come non è stato possibile stabilire l’ora certa del decesso; che viene collocata dai consulenti tra le 14 e le 17. Inoltre viene specificato come non "tutte le aritmie risultino defibrillabili". Elementi tipici avvalorerebbero, secondo il perito, l’ipotesi di morte immediata. Da qui l’impossibilità di stabilire con certezza se un soccorso avrebbe salvato Mattia; come invece sostenuto dal perito di parte.

"Posso dirmi contento di come la vicenda si è conclusa, perché non avevo dubbi fin dall’inizio che potesse finire in questo modo – sottolinea l’avvocato, professor Giulio Garuti – purtroppo non possiamo condividere questa decisione perché Luciano non c’è più".