L'ingegnere di Scandiano che lavora alla Nasa
L'ingegnere di Scandiano che lavora alla Nasa

Scandiano (Reggio Emilia), 2 agosto 2020 - "Un salto generazionale straordinario! Mio figlio è passato dalla guida del trattore a cingoli del nonno, alla guida di un drone della Nasa". E’ questa l’immagine scolpita nella mente di Edmondo Cappucci, il papà di Stefano l’ingegnere scandianese che, come raccontato nei giorni scorsi, partecipa alla missione spaziale della Nasa con destinazione Marte. Il conto alla rovescia è scattato l’altro giorno e il drone è già in volo verso il pianeta rosso. Comprensibili le emozioni che stanno vivendo in queste ore a Ventoso i famigliari di Stefano. Il giovane ingegnere, uno dei tanti cervelli in fuga all’estero, è nei laboratori della Nasa, al suo posto di lavoro, tutto concentrato, dopo 8 anni di intenso lavoro nell’equipe spaziale, a dare il suo ulteriore contributo ad un’impresa che passerà alla storia. Obiettivo? Cercare tracce consolidate di una presenza di vita sul Marte. Agganciato al veicolo spaziale adibito al trasporto delle attrezzature c’è anche il "Mars Helicopter", il primo drone mai progettato per volare su Marte. Ed è proprio questo elicottero spaziale che ha visto il contributo del giovane ingegnere scandianese.

"Stefano - ci racconta papà Edmondo, noto imprenditore scandianese, uno dei titolari della Blindhouse - è sempre stato un ragazzo determinato. Presa una decisione si lancia a capofitto. Un perenne dinamico: mai stato fermo. Sempre attivo, ha praticato fin da giovanissimo svariati sport: per dare qualche esempio posso ricordare che ha dato il brevetto da bagnino ed è stato cintura nera di judo. A Torino, dove si era recato per frequentare l’università aveva addirittura preso - prosegue Edmondo- il diploma per la chitarra. A Los Angeles Stefano si era aggregato ad una band per andare a suonare nei locali".

Se potesse sintetizzare in una frase Stefano, come lo descriverebbe?
"Un ragazzo poliedrico, con mille interessi - risponde Edmondo- che ha ben interpretato lo slogan della nostra famiglia “sul divano bisogna starci poco”".

Stefano aveva dato, da ragazzino, segnali di particolari interessi per lo spazio?
"Sì - risponde il padre dopo un attimo di pausa- ma non in un modo così dirompente come si potrebbe immaginare visto il suo attuale lavoro. Il fatto è che non era mai stato il classico secchione. Gli piaceva seguire i sui 1000 interessi. Poi quando si decideva si metteva a studiare era capace di andare avanti anche di notte".

Il primo anno di ingegneria a Modena poi, come ci spiega il genitore, la scintilla vera è propria sì sarebbe accesa a Torino con l’iscrizione ad ingegneria spaziale facoltà suggeritagli da un suo carissimo amico.
"Il tutto senza trascurare il suo modo di vivere le giornate e senza accantonare gli hobbies e le compagnie".

E in famiglia?
"E’ molto attaccato a tutti noi. Stefano- ci confida il papà- è molto legato ai suoi fratelli, Jessica e Lorenzo e alla mamma Marilena, il pezzo forte della famiglia".

Preoccupato per la lontananza del figlio?
"Per nulla. Stefano è sempre stato molto indipendente. Ha iniziato a viaggiare prestissimo e a fare esperienze all’estero già a 16 anni: esperienze anche lavorative come vendere gelati nei parchi. Anche quando è andato a Los Anges, è partito da Ventoso senza avere punti di riferimento. Si è sempre arrangiato da solo. Le difficoltà non lo hanno mai spaventato, né limitato".

Quanto incide l’educazione dei genitori sul futuro dei figli?
"Noi siamo stati fortunati. Certò è che, come genitori, non siamo stati certamente fermi a guardarli crescere. La strategia che abbiamo adottato con i figli è stata quella di lasciarli libero ma segnando la strada con dei paletti entro i quali si potevano muovere autonomamente. Poi l’invito a tenersi lontani dal divano e di fare attività ed esperienze, anche diverse fra di loro".