Tribunale (foto d'archivio)
Tribunale (foto d'archivio)

Reggio Emilia, 31 luglio 2020 - Una stangata. Pene che sommate arrivano a 264. Le ha chieste il pm della Dda di Bologna Beatrice Ronchi per i 48 imputati del processo di ndrangheta ‘Grimilde’, sugli 82 totali, che hanno scelto il rito abbreviato. Il magistrato ha domandato per alcuni condanne severe, se si considera che è già incluso l’alleggerimento di un terzo della pena previsto dal procedimento. L’operazione ‘Grimilde’, condotta dalla polizia di Stato, era culminata nel giugno 2019 nei primi arresti e sequestri: la famiglia Grande Aracri, di stanza a Brescello, è considerata il fulcro delle attività mafiose, spalleggiata dai suoi presunti sodali.

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La richiesta più alta è stata avanzata per Salvatore Grande Aracri, detto il ‘Calamaro’: venti anni per lui, 40enne figlio di Francesco, che è il fratello del boss Nicolino. Lui e il padre 66enne - che sarà processato a Reggio con il rito ordinario insieme al figlio 30enne Paolo Grande Aracri - sono considerati "capi e promotori" della consorteria, "con specifico riferimento a Reggio e a Brescello". L’avvocato difensore Giuseppe Migale Ranieri preannuncia battaglia: "Avremo argomenti per fare valere le nostre tesi".

Per l’accusa il 40enne sarebbe coinvolto nella maxi insolvenza fraudolenta ravvisata per la ‘Vigna Dogarina’ di Treviso, con vino fornito per centinaia di migliaia di euro a fronte di false credenziali di pagamento, oltreché protagonista di estorsioni e dello sfruttamento degli operai, pagati pochi euro all’ora, in un cantiere edile in Belgio. Oltre a lui, chiesta la condanna anche per la moglie di Salvatore, Carmelina Passafaro, 37 anni (due anni e otto mesi) e la sorella 37enne Rosita Grande Aracri (tre anni e mezzo). Per il boss Nicolino Grande Aracri, invece, la richiesta è di quattro anni e otto mesi. Per Nicolino Sarcone, condannato in ‘Aemilia’, quattro anni e quattro mesi. Richiesta di assoluzione, l’unica, per Nicola Tafuni, 61enne di Bari, presunto coinvolto nel caso ‘Vigna Dogarina’.

Domanda pesante anche per un politico: quindici anni e dieci mesi per Giuseppe Caruso, 49 anni, ex presidente del consiglio comunale di Piacenza in quota Fratelli d’Italia. Grazie al suo ruolo di funzionario all’Agenzia delle dogane, avrebbe favorito la cosca in una truffa all’Unione europea. Quasi un anno in meno, poi, la richiesta per il fratello Albino. Quindici anni formulati anche per Claudio Bologna, 56enne considerato "a disposizione per truffe, appropriazioni indebite ed estorsioni".

Quattordici anni e mezzo sono stati domandati per Francesco Muto, 53 anni, residente a Brescello, sospettato di aver dato "un contributo costante al clan". Lui sarebbe coinvolto nell’affare della Riso Roncaia spa di Castelbelforte (Mn) - secondo l’accusa azienda prima ‘aiutata’ e poi spolpata dal clan - insieme a Salvatore Grande Aracri, i fratelli Caruso, Bologna, il 50enne Giuseppe Strangio e il 40enne di Reggio Domenico Spagnolo: per gli ultimi due il pm ha chiesto quattordici anni e quattro mesi. Altra richiesta elevata riguarda Pascal Varano, 33enne residente a Poviglio, ritenuto insieme a Muto "braccio destro di Salvatore Grande Aracri": tredici anni. Spiccano anche le domande di pena per Giuseppe Lazzarini: dodici anni e otto mesi per il 37enne sospettato della tentata estorsione al gestore di uno stabilimento balneare di Ravenna, su richiesta di Salvatore Grande Aracri. Dodici anni e due mesi chiesti per Leonardo Villirillo, 52enne esperto di contabilità che si sarebbe messo al servizio della cosca.