IN CAMPO Vincenzo Iaquinta quando vestiva la maglia  della Nazionale; a fianco il mister Antonio Conte
IN CAMPO Vincenzo Iaquinta quando vestiva la maglia della Nazionale; a fianco il mister Antonio Conte

Reggio Emilia, 20 dicembre 2017 - Una tuta, un paio di scarpe, champagne. Ma soprattutto l’odio della ’ndrangheta verso il mister bianconero Antonio Conte che non faceva giocare Vincenzo Iaquinta, campione del mondo e simbolo del riscatto di tutti i cutresi. Non può stare in panchina. E così, nelle intercettazioni descritte ieri nell’aula di Aemilia dall’appuntato dei carabinieri Serafino Presta, «emerge un astio crescente di Alfonso Paolini, Nicolino Sarcone e i due Iaquinta, padre e figlio, contro le decisioni di Conte di tenerlo fuori squadra».

Secondo loro in quel momento «gli altri attaccanti in forza alla Juve non erano dello stesso livello». L’esclusione, anche dalla rosa, ufficialmente era dovuta a infortuni. Uno, nell’agosto del 2011 ad esempio, quando ci fu la cena a Porto Caleo a casa di Iaquinta cui partecipò anche Nicolino Grande Aracri.

Quello che aveva già anticipato il pentito Salvatore Muto è stato confermato ieri in aula dal carabiniere Serafino Presta. Stavolta, a parlare, sono le registrazioni telefoniche, in cui «emerge questo astio crescente e Conte viene definito più volte ‘bast..., corn..., figlio di p... ’ in particolare da Alfonso Paolini. Soprattutto quando lo metteva in tribuna», dice Presta. In una intercettazione Nicolino Sarcone parla direttamente con Vincenzo Iaquinta (imputato assieme al padre Giuseppe, ma per reati diversi, nel processo). Il giorno dopo «Paolini promette che se Conte non lo avesse schierato nella partita di Coppa Italia sarebbe andato anche lui a Torino a dire qualcosa a Conte, ricordando che una volta ad Arezzo Paolini aveva già aggredito Conte». «Dobbiamo fare un salto noi... », dice Paolini a Nicolino Sarcone l’8 dicembre 2011. «Vogliono andare a Torino a risolvere il problema», chiarisce il militare.

Nelle intercettazioni «Paolini riferisce anche di sue conversazioni con il procuratore vicino a Luciano Moggi, Ceravolo... Moggi era uscito dal giro dopo Calciopoli. Lo stesso Ceravolo farà avere biglietti per le partite a Paolini, cosa che risultava difficile anche a Iaquinta, dopo che venne inaugurato lo stadio nuovo», prosegue l’investigatore. «Il giorno dopo Paolini riceve una telefonata da Luigi Porchia, detto ‘Gino’, ex calciatore del Crotone, fratello di Rosario, indicato dal pentito come colui che si era occupato dei problemi di Iaquinta all’Udinese.. Porchia conosce Ceravolo, risulta essere in contatto con Romolo Villirillo». Luigi Porchia era responsabile del settore giovanile del Crotone, di cui è presidente Gianni Vrenna, cognato di Domenico Mesiano (ex autista del questore già condannato a 8 anni e 6 mesi in abbreviato e sorvegliato speciale). Nell’ambito degli accertamenti sulle rivelazioni fatte dal pentito anche un «sopralluogo nella tenuta di Moggi, dove Muto diceva esserci un maneggio». Ma non è stato trovato alcun maneggio: «Di fianco alla sua proprietà c’è una pista ippica che viene usata per gli allenamenti del palio, ma non è di Moggi, è di proprietà del Comune», spiega il carabiniere.

In sostanza: «I primi dissidi fra Iaquinta Vincenzo e l’allenatore Conte risalgono all’estate 2011. L’8 dicembre emerge la volontà di Paolini di andare a Torino per risolvere il problema. Il 31 gennaio 2012 Iaquinta viene dato in prestito al Cesena. A giugno 2012 il Cesena retrocede e Iaquinta torna a Torino dove non trova spazio e rimane senza giocare fino a giugno 2013 quando scade il contratto con la Juve». Ma non è tutto. Mentre si cercano conferme delle rivelazioni del pentito, emergono altre connessioni con il pallone. «Confermata anche la possibilità di Ernesto Grande Aracri (fratello del boss, ndr) di accedere al mondo del calcio attraverso suo nipote Rosario Porchia e di conseguenza anche suo fratello Luigi – dice il carabiniere –. Attualmente Luigi Porchia è nello staff del dirigente sportivo del Milan Massimiliano Mirabelli».

In mattinata il pentito Muto era stato sentito anche in relazione alle pressioni che venivano fatte dal carcere ai testimoni del processo.