Brescello (Reggio Emiilia), 2 novembre 2018 - Sindaco Elena Benassi, era in aula durante la sentenza. Cos’ha pensato?

«Che ora bisogna voltare pagina. La sentenza è stata positiva, ma ci mette davanti agli occhi il numero cospicuo di imputati: c’è stata una contaminazione tale per cui dobbiamo essere più vigili. La ’Ndrangheta non è finita».

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Brescello ha ottenuto un risarcimento di mezzo milione.

«Brescello è vittima di questo sistema. I cittadini si sono sentiti offesi e infangati. Inoltre, a costituirsi parte civile fu proprio Marcello Coffrini nel 2015».

Lei faceva parte già all’epoca del gruppo Coffrini. Poi ha tre anni dopo ha vinto le elezioni. È anche una sua piccola rivincita?

«Non la definirei così. Ma è la conferma che c’erano persone che avevano idee per il paese. Tutte incensurate. Lo stesso Coffrini non è mai stato indagato».

Però il Comune è stato sciolto per mafia. La macchia resta. O credete sia stato un provvedimento «esagerato»?

«Non neghiamo che la ’Ndrangheta ci sia. Sappiamo che qui abitano dei membri. E questo ci preoccupa. Ecco perché dico che Brescello deve ripartire. Ci vuole tempo per assorbire lo scioglimento, non so se sia esagerato o meno. Mettiamola così: se avrà l’effetto di una sberla utile a cambiare marcia e ad essere più consapevoli, allora posso anche accettarlo».

Nel nostro viaggio a Brescello però abbiamo riscontrato omertà. C’è chi dice che ha paura di parlare perché magari ha un parente dei Grande Aracri come vicino di casa e chi invece dice di non sapere nulla.

«Omertà è un termine troppo forte. Tutto è nato da quell’intervista a Coffrini da cui si scatenò il putiferio. Si ha paura del fatto che si possa essere mal interpretati. Chiaro è che influisce il fatto che prima il paese finiva sui giornali internazionali per i racconti di Guareschi, ora per mafia...».

La colpa non è dei giornalisti, ma della ’Ndrangheta che ha infangato Brescello.

«Sono d’accordo. Nessuno dice che i giornalisti siano cattivi. Anzi. Però credetemi, incontro tante persone che sono arrabbiate e che pensano che la ’Ndrangheta abbia affossato Brescello».

C’è tanto da fare però.

«Tantissimo. Negli anni del commissariamento si è perso tempo. Non è un alibi. La legalità è la nostra priorità. Ed è una sfida che vogliamo vincere nel mandato».

E come si riparte?

«Assieme alle associazioni del territorio stiamo raccogliendo delle idee che presto presenteremo sottoforma di progetti concreti nell’apposità commissione consiliare antimafia istituita da poco. Io stessa ho dei sogni che però sono realizzabili. Ripartiremo innanzitutto dalle scuole. Organizzeremo tanti eventi e poi abbiamo in mente qualcosa di importante per riutilizzare i beni confiscati».

A proposito di scuola, Nando Dalla Chiesa, figlio del grande generale Carlo, vi ha recentemente criticato per «aver fatto troppo poco sulla legalità».

«Non possiamo risolvere tutto in pochi mesi di mandato. Più che critiche ci serve una mano. Chiediamo ai professionisti dell’antimafia, agli storici, ai personaggi culturali di spicco di venire qui e di aiutarci a parlare ai giovani e nlle scuole dove studiano gli stessi figli o familiari degli affiliati di ’Ndrangheta. Ma anche a studiare un modo per far uscire gli adulti di casa, perché questo va detto, agli incontri pubblici che organizziamo vengono in pochi. Dobbiamo essere uniti».

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