Anni '40, il reparto avio di via Agosti (Archivio digitale Reggiane, UniMore)
Anni '40, il reparto avio di via Agosti (Archivio digitale Reggiane, UniMore)

Reggio Emilia, 7 giugno 2015 - Il pilota del caccia Reggiane inabissatosi a Corfù durante la Seconda guerra mondiale potrebbe avere un nome. Così come viene ipotizzata la bandiera di appartenenza.

La notizia del ritrovamento del velivolo ha suscitato l’entusiasmo degli appassionati di ricerche storiche, vista l’eccezionalità dell’evento. E’ stato anche grazie alle loro indagini che ha cominciato a prendere sempre più forma il volto del pilota ai comandi durante l’ultima missione dell’aereo.

«Dovrebbe essere il Re2002 dell’allora tenente Vito Valenza, abbattuto il 18 settembre 1943 dai tedeschi», svela Michele Becchi degli Archeologi dell’aria, associazione che si dedica a ricerche storico-aeronautiche e umanitarie. «Valenza riuscì a salvarsi, ma venne catturato e mandato in un campo di prigionia, fu comunque fortunato, perché dopo l’8 settembre altri piloti furono fucilati».

LA TEORIA dell’ammaraggio è compatibile con l’integrità del velivolo. Nella situazione di emergenza il tenente avrebbe manovrato per avvicinarsi il più possibile all’isola. L’immaginazione corre alle concitate fasi mentre l’aereo è in avaria: la velocità che deve essere rallentata, l’apertura della cappotta, le cinture da sganciare, l’impatto con il mare, alcuni momenti di galleggiamento utili per balzari in acqua e salvarsi, prima che il caccia inizi a sprofondare verso l’abisso.

Dov’è stato ritrovato 75 anni dopo da un giovane sub locale, che anziché catturare pesci, si è trovato di fronte a una balena d’acciaio.

Ma cosa è accaduto esattamente nel cielo sopra Corfù? E quale è stato il destino del soldato? Le congetture lasciano allora il posto ai dati suggeriti dalla storia e dai documenti, che lasciano il posto alla cruda realtà della guerra.

Partiamo da qualche giorno prima, dall’Armistizio dell’8 settembre. Con la fine delle ostilità tra il Regio esercito e gli alleati, 203 aerei passano alle forze cobelligeranti, fra cui 31 caccia.

Il nemico ora è rappresentato dai tedeschi. E nei caccia sono inclusi i velivoli Reggiane, che entrano a far parte degli stormi dislocati in Puglia. Passiamo al 18 settembre 1943. E’ il primo pomeriggio, quando dalla pista di Manduria (Lecce) si alzano in volo squadriglie composte dai Re2002 Ariete. Dopo un’ora, i velivoli sono a ridosso della Grecia, dove le caotiche fasi che seguono all’Armistizio vedono un ammassamento di truppe tedesche, decise a neutralizzare quelle italiane.

Nella vicina Cefalonia va consumandosi la tragedia della divisione Acqui, nel mare di Corfù si distinguono i profili delle navi teutoniche, protette dagli aerei. E’ qui che si accende la battaglia.

Gli assi con la coccarda tricolore si concentrano su alcune imbarcazioni, una di grande tonnellaggio viene centrata. E’ nel vortice di fuoco che il velivolo di Vito Valenza viene forse colpito mentre si prepara a un nuovo «tuffo» verso il nemico. Poi, con freddezza, ecco le manovre che possono significare la differenza fra la vita e la morte. E l’ammaraggio. Si avvicinano le imbarcazioni dei tedeschi, il pilota viene catturato e internato.

Nel dopoguerra Valenza tornerà a volare, per perdere la vita in servizio nel 1958 nella valle del Marecchia (Rimini) su un F84F insieme al maggiore Giuseppe Pesce. Ora un relitto a 45 metri di profondità, avvolto da alghe e fanghiglia, rievoca la sua storia.