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Reggio Emilia, 13 febbraio 2016 - Siamo in via Agosti, davanti all’ingresso delle ex Officine Reggiane. Il cancello è spalancato. Ancora un passo, per trovarci tra rovine e abbandono. E persone che vivono ai margini della società. Con noi, il cameraman Andrea Boni, l’ex dipendente Davide Curti e Alberto Benevelli, la cui famiglia conserva ricordi della ditta che risalgono al primo ‘900. Sulla destra, la portineria e il blocco dei vecchi uffici. Ci sono panni stesi, da una finestra infranta fa capolino un volto. Dove manca una porta, si scorge un tavolo. Al centro, una caffettiera borbotta su un fornelletto da campeggio. Persone vanno e vengono con sacchetti della spesa. Vivono negli edifici fatiscenti. Alcuni vani sono ricolmi di spazzatura.
«La stloria della mia famiglia è legata alle Reggiane, negli anni ‘20 ci ha lavorato il nonno Antonio, poi il papà Emidio c’è stato dal 1938 al 1951», spiega Alberto Benevelli. «Vedendo la situazione, si prova un senso di sconforto, sembra incredibile che nel 1922 avessero già fatto 100 locomotive, come dimostra un’attestazione di merito del nonno».
Percorriamo un altro tratto. Alla sinistra ci sono i capannoni del reparto avio. La toponomastica ricorda i piloti scomparsi, tra cui Scapinelli. Erano gli anni ‘30 e ‘40, si producevano aerei, che procuravano sino all’80 per cento del fatturato, dando così lavoro a 12mila persone. 
«E pensare che ho foto dove si vede tanta attività, come il babbo con i colleghi al corso per motoristi e altre in cui si riconoscono costosi macchinari di grande precisione». 
Attorno, malinconiche rovine che hanno l’odore dell’archeologia industriale. Transenne e cartelli ci impongono di non proseguire il percorso tra memoria e abbandonato. Ci sono mezzi che posano una lingua d’asfalto: ecco i lavori per la continuazione di viale Ramazzini. Un passo verso il recupero. 
«Ho lavorato alle Fantuzzi Reggiane dal ‘99 al 2004 come operatore elettrico alle gru mobili,», spiega Davide Curti. «Eravamo in 800 dipendenti, gli esterni e l’indotto, perché di lavoro ce n’era, mentre vedere adesso com’è la zona, viene il magone». 
«Grazie al lavoro e alla formazione delle maestranze che è stato fatto qui, sono state poi avviate altrove tante iniziative del piccolo artigianato, che hanno dato ricchezza al nostro territorio», sottolinea Benevelli, titolare di un’azienda specializzata di Rubiera. Solo il rumore degli aerei da turismo che planano verso il Campovolo, ridà colore agli edifici cadenti. Quasi catapultandoci al passato delle Reggiane. Al vissuto di migliaia di lavoratori e a quella capacità progettuale. Frammenti di memoria che rischiano di essere dimenticati.