Reggio Emilia, 16 giugno 2021 - Una caccia all’uomo che si concentra su tre Paesi: Francia, Spagna e Belgio. E’ nel cuore dell’Europa che gli inquirenti sperano di trovare indizi utili per capire dove si trovino lo zio di Saman Abbas, Danish Hasnain, e il cugino latitante Nomanulhaq Nomanulhaq. A suggerire queste ipotesi sono vari elementi, tra cui anche l’arresto avvenuto in Francia dell’altro cugino di Saman, Ikram Ijaz, che ora si trova al carcere della Pulce a Reggio Emilia. Il 33enne infatti si trovava in Francia quando la polizia lo ha fermato senza documenti validi. Lui ha spiegato che stava provando a raggiungere fantomatici parenti in Spagna, a Barcellona precisamente. 

Le ricerche di Saman Abbas (nel riquadro)

Intanto la procura di Reggio aspetta di poter acquisire la testimonianza fornita dal fratello minore di Saman, che questo venerdì sarà in tribunale per deporre davanti al giudice e ripetere (magari aggiungendo qualche dettaglio utile) la versione fornita già ai carabinieri nei giorni successivi del suo ritrovamento a Imperia. Il ragazzo era infatti stato portato fino nella città ligure dallo zio Danish Hasnain: saliti in bicicletta a Novellara, avevano pedalato fino alla stazione dei treni di Gonzaga dove poi era partito un treno per Modena. Da lì, con varie coincidenze, erano finiti in Liguria, intenti a cercare di raggiungere il confine di Ventimiglia. Ma la polizia li aveva fermati e il giovane era senza documenti, mentre lo zio era in possesso di un regolare permesso di soggiorno lavorativo. Il ragazzo era stato abbandonato dal parente a quel punto. Soltanto qualche giorno dopo la procura di Reggio aveva spiccato il mandato di cattura per Hasnain. Intanto sono proseguite anche ieri le ricerche sotto le serre di Novellara per individuare il corpo di Saman, che si ipotizza possa essere stato seppellito proprio lì. Per scovare i resti della ragazza vengono impiegate le migliori tecnologie a disposizione: dall’elettromagnetometro, in grado di rilevare smottamenti di terreno, ai cani molecolari del reparto cinofili dei carabinieri.

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Centocinquanta chilometri dividono Forlì da Novellara. Non abbastanza per evitare che da ormai una settimana il caso della 18enne Saman Abbas, sparita e forse uccisa dal clan familiare per il no al matrimonio combinato, tenga banco nelle dichiarazioni di consiglieri comunali, politici e associazioni dell’unico capoluogo di provincia, in Romagna, amministrato dal centrodestra. Ed è proprio di quell’orientamento Marinella Portolani, presidente della commissione pari opportunità del Comune di Forlì (fa parte di un gruppo che si chiama FdI-Giorgia Meloni, non riconosciuto però dal partito ufficiale di Fratelli d’Italia). Giovedì scorso apre la seduta leggendo un comunicato del Popolo della Famiglia sulla vicenda di Saman Abbas. E pronuncia l’espressione "Islam da bonificare".

La frase può essere inappropriata: lì per lì Portolani non indietreggia, poi il giorno dopo una nota del suo gruppo chiarisce che l’uccisione di Saman è un "episodio di criminalità da condannare senza farne una questione religiosa". Una frase che non può – in teoria – non essere sottoscritta da tutti. Fine della polemica, dunque? Nemmeno per sogno. Le opposizioni di sinistra hanno definito, a turno, la presidente "oltranzista", "divisiva", "inadeguata", "opportunista". Le sue parole "gravissime", "agghiaccianti", "colonialiste", "di grettezza politica irricevibile", "naziste". Ancora ieri mattina le donne del Pd in Emilia-Romagna sono tornate all’attacco: "Parole ignobili, ostili e piene di pregiudizio", quelle della "peggiore destra". Tutta l’opposizione – per primo il Pd – ha chiesto le dimissioni, supportata da 24 associazioni forlivesi, tra cui Cgil e Anpi. Fino ad ora, una tale passione politica non si è manifestata nella difesa della giovane pakistana. Uno specchio di ciò che è accaduto, in parte, anche altrove in Italia.
È, insomma, un gioco delle parti che va avanti mentre ancora i carabinieri cercano nelle campagne reggiane il corpo di Saman, segno tangibile pur nella sua assenza dei sogni spezzati, della violenza, dei progetti di vita distrutti. La politica sta però su un altro livello. E ormai la polemica diventa difficile da fermare, a tutte le latitudini.

Ieri il segretario della Lega Matteo Salvini ha scritto su Twitter: "Basta integralismi. A Reggio Emilia la Lega ha manifestato anche nelle ultime ore contro il fanatismo islamista che ha travolto la povera Saman. Non molliamo, non ci giriamo dall’altra parte, difendiamo le donne. Sempre. Tuteliamo tutte le Saman d’Italia". Nel suo piccolo, il sindaco di Forlì Gian Luca Zattini è intervenuto per spegnere l’incendio, in difesa di Marinella Portolani. Niente, le polemiche sono continuate. Eppure, basterebbe poco per intendersi. Ieri le donne Pd emiliano-romagnole hanno scritto che "la violenza patriarcale è alla base dei femminicidi, a qualunque cultura appartenga l’aggressore. Questo è il cuore della questione". Insomma, il punto chiave sono le donne vittime di violenza. Poi però aggiungono che è in corso "una sorda propaganda razzista". E l’attenzione si sposta ancora una volta: da una parte chi parla di Saman, della violenza che ha subìto; ma sembra impossibile farlo senza suscitare l’accusa di avercela con l’Islam. Chi lo sottolinea provoca un altro effetto: mettere in secondo piano la tragedia della 18enne e in risalto le beghe politiche. Che ne discuta in un municipio dalla parte opposta della regione è, purtroppo, una conferma di cui avremmo fatto a meno.

Marco Bilancioni