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24 apr 2022

"Se fossi ancora giovane sarei già in Ucraina"

Renzo Braglia, 95 anni, nome di battaglia Basin, si commuove di fronte al conflitto di oggi: "Mi ricorda la nostra lotta di Liberazione"

24 apr 2022

Il 77° anniversario lo festeggia con le lacrime agli occhi: le immagini delle donne con bambini in fuga dall’Ucraina ricordano gli anni ’40, la guerra tra partigiani e truppe nazifasciste. Renzo Braglia, nome di battaglia ‘Basin’, è nato a Felina il 16 giugno 1927: 95 anni tra un mese e mezzo. Da giovane agricoltore (primogenito di sei figli di una famiglia di mezzadri di Tegge di Felina dove all’epoca si coltivava la canapa per fare il tessuto) ricorda com’è finito nei partigiani, giovanissimo.

Quando è cominciata la sua avventura?

"Dopo la caduta di Mussolini i comunisti cercavano di reclutare i giovani. Io mi trovavo nel campo della canapa a lavorare con mio padre quando sono arrivati due funzionari comunisti da Monchio e si sono messi a parlare con lui. Sapevano che io andavo veloce in bici e gli hanno detto che avevano bisogno di me per portare i giornali del partito in tutti i paesi della zona. Mio padre ha consentito e ho cominciato a correre da un paese all’altro dicendo che andavo a moroso, per mascherare la cosa. La gente mi chiedeva: ‘ma quante morose hai?’".

Quando ha deciso di aggregarsi ai partigiani?

"Eravamo in 25 amici intenzionati a prendere le armi quando, una sera che avevamo deciso di ballare a Felina, arrivato un camion di fascisti da Cervarezza, ci hanno caricati e portati a Reggio alle prigioni dei Servi. Siamo riusciti a tornare a casa come sbandati. Da lì sono poi andato a Civago, al comando partigiano. Poi siamo andati al paese di don Carlo e sua madre ha avuto compassione di me che ero il più giovane: è andata a mungere e mi ha portato una tazza di latte. Da tre giorni mangiavamo solo mirtilli. Quando ci hanno ci hanno riuniti al comando vicino a Sologno, ho accettato di fare la staffetta".

Non si è mai trovato ad affrontare i tedeschi?

"Una volta, il 30 luglio del ’44 con don Carlo eravamo andati a prendere un po’ di armi lanciate dagli alleati e messe in una capanna che aveva preso fuoco, Io avevo preso un mitragliatore inglese con un po’ di pallottole. Arrivati al monte Penna di Novellano, c’erano i tedeschi che salivano da Tapignola. Mi hanno detto, ‘spara, cosa l’hai preso a fare il mitragliatore, spara’. Ho sparato due o tre raffiche, sono spariti tutti. Quella è stata l’unica volta che ho sparato in tutto il tempo".

E il 25 aprile?

"Ormai si avvertiva il clima di festa anche in montagna, noi siamo scesi da Villa Minozzo a Baiso, avevamo rimediato un camion. Ci siamo trovati con 35 donne, tutte staffette che dovevano tornare a casa, le abbiamo caricate tutte sul camion e io avevo la responsabilità di accompagnarle in città".

Cosa pensa di quello che sta accadendo in Ucraina?

"Se fossi giovane come allora, sarei già là ad aiutarli. Quelle donne con i bambini in braccio in mezzo alle macerie non le posso vedere, mi ricordano la nostra guerra di liberazione".

Settimo Baisi

© Riproduzione riservata

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