La Guardia di Finanza ha sequestrato beni a per 10 milioni a una imprenditrice (Ansa)
La Guardia di Finanza ha sequestrato beni a per 10 milioni a una imprenditrice (Ansa)

Castellarano (Reggio Emilia), 16 maggio 2019 - Sequestrati beni per il valore di 10 milioni di euro all'imprenditrice modenese Patrizia Gianferrari, coinvolta già dalla fine degli anni Ottanta in varie inchieste di natura economico-finanziaria, per reati che vanno dalla frode fiscale alla bancarotta fraudolenta.

Tra i sequestri fatti alla 63enne, originaria di Sassuolo, ma residente a Castellarano in provincia di Reggio Emilia e già agli arresti domiciliari, figurano, fra le altre cose, una villa a Misano Adriatco (Rimini), appartamenti e terreni, auto, conti correnti e sette società operanti nei settori immobiliare e del commercio all'ingrosso di materie plastiche.

Il sequestro è stato disposto dal Tribunale di Reggio Emilia ed eseguito dal Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria delle Fiamme Gialle di Bologna, guidato dal Tenente Colonnello Claudio
Bellumori. Si tratta - spiega una nota della Finanza - dell'epilogo di complesse indagini economico-patrimoniali condotte ai sensi del Codice Antimafia, fondate sul riconoscimento a carico della donna di una allarmante pericolosità sociale.

Gli accertamenti hanno permesso di riscontrare, oltre alla escalation di condotte criminose a danno dell'Erario, quelli che vengono definiti 'comportamenti antisocialì' realizzati compiendo numerosi reati tra i quali estorsione, minaccia, calunnia, falso ideologico e materiale, evasione fiscale, truffa, bancarotta fraudolenta.

La donna, attualmente, si trova ai domiciliari in una residenza per anziani in provincia di Como. Tra le vicende giudiziarie che l'hanno vista coinvolta, gli investigatori ricordano l'arresto eseguito nel 2013 dalla Guardia di Finanza di Ferrara, e per la quale Patrizia Gianferrari è stata condannata nel 2018 dal Tribunale di Reggio Emilia a 6 anni e 8 mesi di carcere, in quanto coinvolta in indagini per contrabbando, emissione di fatture per operazioni inesistenti, occultamento o distruzione di documenti contabili, sottrazione fraudolenta al pagamento di imposte. Nella stessa inchiesta era coinvolto anche Massimo Ciancimino, figlio dell'ex sindaco di Palermo Vito.