ALESSANDRA CODELUPPI
Cronaca

Tortura in carcere, gli interrogatori: "Non ero d’accordo con le botte"

Entra nel vivo il processo per i fatti alla Pulce. Un agente si dissocia dal comportamento di alcuni colleghi. Un altro spiega perché mise il cappuccio al detenuto: "Si parlava di lamette e avevamo paura degli sputi"

Entra nel vivo il processo per i fatti alla Pulce, un agente si dissocia dal comportamento di alcuni colleghi.  Un altro spiega perché mise il cappuccio al detenuto: "Si parlava di lamette e avevamo paura degli sputi"

Entra nel vivo il processo per i fatti alla Pulce, un agente si dissocia dal comportamento di alcuni colleghi. Un altro spiega perché mise il cappuccio al detenuto: "Si parlava di lamette e avevamo paura degli sputi"

Reggio Emilia, 25 giugno 2024 – Una parziale presa di distanza da un agente penitenziario imputato rispetto al comportamento di qualche collega verso un detenuto. Un altro poliziotto che ha invece spiegato e difeso l’uso della federa sulla testa del carcerato non solo nell’episodio del 3 aprile 2023, ma anche in uno avvenuto nel 2020.

Davanti al giudice dell’udienza preliminare Silvia Guareschi, sono iniziati ieri gli interrogatori dei dieci agenti del carcere di Reggio accusati a vario titolo di tortura, lesioni verso un detenuto tunisino 44enne e falso nelle relazioni: i due uomini sentiti sono entrambi difesi dall’avvocato Federico De Belvis.

Il detenuto era stato sanzionato con l’isolamento per aver violato il regolamento carcerario. Il primo poliziotto ha 29 anni: secondo l’accusa, aveva torto un braccio al tunisino, mentre altri colleghi gli salivano sulle gambe con le scarpe di ordinanza.

"Dovevo andare in mensa, ma sentii urla. Il comandante della polizia penitenziaria facente funzioni chiamò alcuni colleghi, mentre altri andarono spontaneamente. Il detenuto fu convocato per una sanzione disciplinare comminata dal carcere di Bologna. Lui insultò la direttrice del carcere che lo aveva messo in isolamento.

Poi sentii una voce femminile dire: ‘Attenzione alle lamette’. Quando il detenuto si rivolse agli agenti in modo aggressivo, si decise nell’immediatezza di bloccarlo". Lui giustifica così la propria condotta: "Ho eseguito un ordine della direttrice del carcere di accompagnare il detenuto in isolamento. Gli tenni il braccio bloccato finché non fu portato in isolamento: l’ho solo trattenuto, ma non colpito".

Lui fa un’osservazione critica: "Ho visto che fu colpito da colleghi con un paio di pugni al volto, mentre era a terra: una condotta che non ho condiviso. Non segnalai perché era presente personale con un grado più alto del mio, che avrebbe potuto eventualmente farlo. E poi c’erano le telecamere che avrebbero immortalato eventuali responsabilità personali. Qualora si fosse voluto sentirmi, avrei testimoniato subito: non mi aspettavo neppure di essere indagato". Lui non assistette a ciò che accadde dopo.

Parola poi a un agente 50enne: secondo l’accusa, "incappucciò il detenuto con una federa annodata e stretta al collo che gli impediva di vedere e gli tendeva difficoltosa la respirazione". Lui ha ammesso l’uso della federa, giustificandolo però come unico strumento utile a contenere il pericolo che il detenuto potesse fare male ad altri.

"Dopo aver saputo che lui poteva avere le lamette in bocca, e per evitare che sputasse saliva, ho trovato una federa con tessuto traspirante e gliel’ho messa in testa al detenuto". E puntualizza: "Non l’ho mai percosso e non ho mai stretto la federa al collo. Ho invece verificato piu volte che respirasse, mettendogli la mano sotto la federa come emerge anche dai filmati. Lui era lucido, ed è stato aggressivo fino all’arrivo alla cella di isolamento, quando gli ho tolto la federa". Dice di non aver partecipato al denudamento, "che aveva comunque la funzione di perquisirlo per vedere se avesse lamette anche negli indumenti intimi". Dice che fu usata la federa su un detenuto anche nella primavera 2020, in un altro episodio anticipato dal Carlino. Dagli atti depositati dal pm, l’agente risultava presente. "La federa fu usata per calmare il detenuto, a cui a Reggio fu trovata una forbicina". A Piacenza risulta che portò la mano alla bocca ed estrasse una lametta, come scrissero i colleghi di quella città. "I poliziotti volevano cautelarsi dal pericolo di trovargli un’altra lametta in bocca. Io ero presente, ma non fui io a mettergli la federa e non ricordo chi fu".