Pugili in centro storico (foto Renzo Vaiani)
Pugili in centro storico (foto Renzo Vaiani)

Reggio Emilia, 10 gennaio 2016 - SESSANT’ANNI del nostro territorio raccontati con la macchina fotografica, tra mondo del lavoro, aspetti sociali e vedute paesaggistiche. È Renzo Vaiani. Memoria e lavoro, mostra in corso a Palazzo Casotti. Durante la visita, abbiamo incontrato Sergio Vaiani, figlio del noto fotografo scomparso nel 1996.

Perché questa mostra?

«Mio padre è nato nel 1915, così ho pensato di ricordarlo nel centenario. E poi glielo dovevo: a eccezione di qualche occasione, non è mai stata organizzata una mostra di un certo tipo. E anche questa non è un’antologica, perché propone 70 immagini di una produzione sterminata e di qualità».

Riavvolgiamo il rullino. Quando inizia l’avventura nella fotografia?

«Nel 1910, quando nonno Mario arriva in città da Lodi e apre una bottega in via Cairoli, per poi spostarsi ai Portici della Trinità, dove il negozio rimane anche dopo la trasformazione nell’isolato San Rocco. Lì l’attività è andata avanti sino al 1993».

Quando entra in scena Renzo?

«A 16 anni. Il padre pensa però che debba fare esperienza altrove e lo manda a Milano, dove ci sono dei parenti. Lavora da Aragozzini, fa fotografia industriale. Si fa le ossa e torna a fine anni ’30. Inizia a occuparsi dell’attività con la sorella Vanda, perché il padre è malato».

Quali sono i suoi filoni?

«Possiamo divederli in professionale e autoriale. Il primo consiste nella committenza di reportage, come quelli del ventennio fascista, che oggi racconta quell’epoca. E dopo ci sono tutti i servizi per le aziende. Si va dall’industria, come per le Reggiane e la Maserati, alla documentazione delle eccellenze, come per i produttori di vini, di Parmigiano Reggiano, del settore agricolo. Troviamo anche lavori per l’ente per il turismo, tramandato da foto di paesaggio che ben rappresentano la nostra provincia».

E l’aspetto artistico?

«Mio padre ha frequentato la scuola d’arte, tra gli insegnanti ha avuto il pittore Ottorino Davoli. Ha fatto tesoro dell’esperienza per diventare un bravo ritoccatore di immagini, lavoro che si faceva a mano. Le foto still-life hanno dietro preparazione tecnica e gusto compositivo».

Che segnali dai visitatori?

«L’affluenza è molto buona, viene vista una città che non c’è più e veicola la riscoperta del suo lavoro. Sto pensando a un’antologica a palazzo Magnani. In archivio ho tutti i positivi e negativi su pellicola, alla Panizzi ci sono le lastre di 320mila scatti. Sarebbe una grande mostra».

Reggio è anche la città della Settimana della fotografia. Perché allora non uno spazio stabile per le foto di Vaiani, per ricostruire una parte della nostra storia?

«Lo vedrei bene, perché l’iniziativa ha avuto successo, ha colpito. E soprattutto un’esposizione completa e stabile potrebbe avere varie tipologie di utenze, tra cui le scolaresche».

Info: la mostra prosegue sino al 29 febbraio, presente anche un video di 20 minuti sulla città girato dal giovane regista libanese Ali Beidoun; l’allestimento è a cura di Andrea Casoli, che con l’editore Buon Corsiero ha realizzato il catalogo; l’iniziativa vede anche la collaborazione della biblioteca Panizzi per le lastre fotografiche.